Film

Add to Flipboard Magazine.

Sul piatto ci sono una vicenda interessante, la più che suggestiva ambientazione romana nei giorni dei Mondiali di Calcio di Italia ’90 e il gusto del giallo che lega i protagonisti principali, diversissimi tra loro, ma accomunati da un unico grande sogno: sfondare come sceneggiatori per il cinema. Purtroppo, sullo stesso piatto troviamo anche uno dei registi contemporanei italiani meno coraggiosi. Paolo Virzì, nel corso di una pur discreta filmografia (dal trionfo con l’ottimo Caterina va in città all’approdo negli Stati Uniti con l’ultimo Ella & John), ha sempre cercato di costruire storie semplici, che dal loro piccolo cercassero di elevarsi per sfondare la barriera dell’universale. Un esempio di questo desiderio era già rintracciabile nell’acerbo Ovosodo, ritratto generazionale pre-Notte prima degli esami, e soprattutto in Tutti i santi giorni, dove il tema dell’infertilità non assumeva mai i caratteri cubitali e impegnativi del film d’autore, ma lasciava sfogare a Virzì tutta la sua delicatissima sensibilità umana, così come Il capitale umano delineava attraverso la storia di due famiglie alto e medio borghesi tutto il marciume del nostro tempo, senza per questo lanciarsi in voli pindarici sui massimi sistemi.

Nell’incipit di Notti magiche, mentre una Jaguar precipita nel Tevere con al suo interno un noto produttore cinematografico italiano (incidente, omicidio, suicidio? Chissà…), il pubblico nostrano e della città di Roma è incollato ai teleschermi che trasmettono Italia-Argentina; Bruno Pizzul, all’errore decisivo dal dischetto di Aldo Serena, commenta laconico: «Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare». Per estensione e per quello che è uno dei messaggi che traspaiono dalla nuova pellicola di Virzì – film di chiusura della 13ª Festa del Cinema di Roma – è una proposizione che potrebbe allungarsi e includere anche la sorte del cinema italiano proprio dall’inizio degli anni Novanta in poi. Storicamente in declino, proprio quelli furono gli anni del definitivo collasso di un certo modo di comprendere e fruire della macchina cinematografica, che già sul finire degli anni Ottanta non vedeva l’ora di sfornare una serie implacabile di film marchetta sull’onda del successo della televisione commerciale di Silvio Berlusconi (con l’acquisizione di Medusa Film da parte della Penta Film di quest’ultimo e di Mario e Vittorio Cecchi Gori, citato esplicitamente nel personaggio di Leandro Saponaro interpretato con mestiere da Giancarlo Giannini).

Infatti, non avremmo mai voluto commentare l’inesorabile declino del nostro cinema e dell’idea data in pasto al pubblico negli ultimi trent’anni, ovvero che si campa di sole commedie (fossero almeno degne di nota, ma tant’è…), che il cinema di genere osannato negli anni Settanta viene accostato oggi a un certo pericoloso scetticismo, che in questo (ormai) lurido ambiente campa solamente chi ha i soldi per prodursi o chi si (s)vende al miglior offerente. Di tutto questo, purtroppo, il film di Virzì non parla e nemmeno accenna, ma si limita a delineare una serie di rimandi e rinvii che non scalfiscono nemmeno la superficie dell’oggetto su cui ruota l’indagine, producendo anzi l’effetto contrario di apparire giustificazionista e consolatorio sia verso la vecchia guardia – colpevole di non aver saputo coltivare il pur fiorente giardino di eredi e di essersi arroccata nella propria torre d’avorio – sia verso quella generazione di giovani promesse che proprio negli anni Novanta muoveva i primi passi (tra cui gli stessi Virzì e Francesca Archibugi, co-sceneggiatrice della pellicola insieme a Francesco Piccolo e al regista) – e che invece avrebbe dovuto minare le fondamenta stesse ormai decadenti e ricostruire da zero un Nuovo Cinema Italiano.

Spinta da un trio di protagonisti bloccati nei loro stereotipi culturali e sociali – abbiamo il siciliano saccente e ingenuo, il toscanaccio perennemente infoiato e la tipica figlia di papà viziata e depressa – la narrazione non riesce proprio a ingranare nemmeno in virtù dello scheletro da giallo all’italiana della pellicola, per sbattere inevitabilmente contro il muro moralista e (per questo) indulgente del finale: il cinema italiano ha avuto la colpa di non aver saputo interpretare il punto di vista del pubblico. Se questa non è una forma per tirare i remi in barca e rivoltare ogni tentativo di autocritica (…e allora il PD? verrebbe da aggiungere sarcasticamente)… A titolo informativo (e marginale): dal 1990 in poi il nostro paese è stato candidato solamente sei volte alla cerimonia di premiazione degli Oscar, mentre si registra una sola vittoria della Palma d’Oro a Cannes (nel 2001 con La stanza del figlio di Nanni Moretti); a dimostrazione che l’anno individuato dal film è quello giusto e che sì, è anche un po’ colpa di quella generazione di cineasti/produttori/sceneggiatori. Se il fine è il moralismo, bisogna avere il coltello dalla parte del manico, e quello di Notti magiche non è decisamente il caso: l’obiettivo indicato da un dito puntato deve essere chiaro e riconoscibile, così come l’arte del fare cinema andrebbe insegnata per immagini e non a chiacchiere. E qui, di chiacchiere (vuote), ce ne sono fin troppe…

8 Novembre 2018
Leggi tutto
Precedente
Bill Ryder-Jones – Yawn
Successivo
Setti – Arto

Altre notizie suggerite