Recensioni

Se non sei mai stato al Rashomon di Roma, arrivarci la prima volta non è facilissimo. Bazzichi zona Garbatella nel weekend e becchi un sacco di ragazzi spaesati fare avanti e indietro per via Ostiense alla ricerca della giusta traversa. Quelli svezzati ormai lo sanno e non aspettano nemmeno che gli venga fatta la domanda. “Da quella parte. Le discoteche son tutte da quella parte“, spiega un buon uomo a un gruppo misto sulla ventina d’anni, prima ancora che questi gli rivolgessero la parola. Guardo la scena e mi scappa un sorriso. Un occhio all’orologio: le 11 e 20. È ancora presto. Ok, non è mai il momento sbagliato per un cornetto. Alla nutella, grazie. Poi chewing-gum (l’igiene orale è importante) e giro per la zona, giusto il tempo di finire l’album in cuffia: Dispositivos De Mi Granja di Alex Under. Son partito carico.

Arrivo di fronte al Rashomon dopo la mezza. Il locale ci mette anche del suo, sia chiaro: portone nero di metallo senza alcuna insegna. Nemmeno una scritta a pennarello sul muro. Va bene simulare i capannoni industriali, ma qui si esagera. Fuori una trentina di ragazzi, al di là della corda un numero di addetti alla sicurezza di poco inferiore. Mentre osservo questi ultimi impegnati a decidere chi entrerà prima e chi entrerà lo stesso, uno di loro mi fa un cenno con la mano. Una volta dentro, ad accogliermi c’è la tech-house dritta di Andrea Esu, il resident delle serate Loaded. Siamo ancora all’inizio e la musica si limita a fare lo stretto indispensabile per tener caldo l’ambiente. Eppure quel centinaio di ragazzi in pista mostra già una certa euforia. Son tutti lì per divertirsi allo stesso modo, ma a quanto pare qualcuno parte avvantaggiato. Sarà la primavera che è già iniziata. Fuori la temperatura è sui nove gradi, il cielo è sereno e quindi si vedono le prime gonne corte, con sotto collant più o meno pesanti. I maschi del locale sembrano apprezzare. Dopo un po’ i 4/4 si fanno più decisi e alla lunga ti fanno cedere. I divanetti saranno comodi ma iniziano a svuotarsi, mentre invece la zona calda si va affollando.

Il vibe è quello giusto. L’italian style nel clubbing si riconosce all’istante e per un attimo mi sembra di sentire l’eco delle serate di Leon e Tiger & Woods (se i T&W sono italiani? Shhh, è un segreto…). L’uso dei bassi come sempre è studiato ad arte e, tra campioni vocal e cassa sempre più insistente, stan tutti ballando senza inibizioni. Il mood è happy. Lo è la house e lo è anche il pubblico. Quando vedi tanti sconosciuti scambiarsi sorrisi e cenni di approvazione come fossero vecchi amici significa che le cose stanno andando per il verso giusto. Truzzo-level nella norma. Anzi, si direbbe su una fascia medio-bassa: son tutti ragazzi che si divertono di gusto e con gusto. Un tipo sulla trentina è già in fibrillazione e si dimena come un matto davanti alla console. Due ragazze si avvicinano e con sguardo divertito mi chiedono a cosa servono quelle cuffie vistose attorno al mio collo. La musica è troppo alta per dargli una spiegazione esauriente. E comunque non capirebbero. Si va avanti in crescendo sino alle due, che poi sono le tre per via dell’ora legale. “L’ora illegale è scattata, frantumate gli orologi“, leggo nelle proiezioni. Scontato, ma ci sta anche questo.

Il nome di Pariah era venuto fuori nel 2010 quando il cosiddetto post-dubstep era ancora un termine in fase di definizione. Avendo pubblicato per R&S un singolo (Detroit Falls) e un EP (Safehouses) era diventato uno dei nomi caldi della nuova scena UK step assieme a James Blake e Sepalcure. Ero lì perché mi interessava osservare di persona il suo post-dubstep per club. Quando però Arthur Cayzer prende posto in consolle, ciuffo biondo e visino da furbetto, mi rendo conto di aver sottovalutato un particolare: il ragazzo è al momento in piena fase clubbing, non per niente ha formato da poco il progetto Karenn insieme a Blawan, dove techno e house regnano incontrastate. Quella che esce dai suoi primi dischi è in tutto e per tutto la house dal buon vigore techy dell’EP di novembre uscito su Sheworks. “Postdubstep un par de palle“, direbbe adesso qualche romano in sala. Ma in realtà nessuno sembra riflettere sulla cosa.

Il pubblico reagisce bene. E va ancora meglio dopo un’oretta, quando la tech-house cede il posto alla techno tout court, severa e muscolare come poche. Venivo per vedere un fratello d’arte dei Sepalcure e me ne ritrovo davanti uno di Marcel Dettmann. “Casco comunque bene“, penso. Il ragazzo ci sa fare, e infatti la platea è in fiamme. Berlino è sempre Berlino, ma stasera anche Roma non scherza. Il tipo scatenato di prima adesso intona una cantilena orgiastica in quattro tempi a ritmo di musica. Noi italiani, sempre creativi. I più scalmanati invadono l’area dietro la consolle e a un certo punto non so come faccia il povero Pariah a continuare a metter dischi, con tutte quelle mani davanti ai piatti. A pochi metri da me, un ragazzo e una ragazza appoggiati al muro sembrano voler passare dal semplice limonare al livello successivo, mentre gli altri vicino si scambiano sguardi maliziosi. Quando si accorgono che un anello di una decina di persone li stava osservando, decidono di smettere. Minuto di celebrità terminato. A intervalli regolari i ragazzi si avvicinano entusiasti allo staff artistico, facendo sempre lo stesso segno intorno alle tempie: “quel biondo è fuori di testa“. Quando un tipo mi viene incontro abbracciandomi e mi urla a squarciagola nell’orecchio “TU SSEI ER MEJOO“, senza addurre motivazioni plausibili a tale esternazione, capisci che la musica sta funzionando a dovere.

Verso le cinque qualcuno in sala comandi perde il controllo del volume e la cosa si fa eccessiva. Pariah comunque è già sul fronte di discesa e passa ad una house più accattivante che anticipa la distensione. Alle 5 e 40 mette l’ultimo disco, poi scatta l’applauso e viene sollevato da terra come fosse la Champions League. Il ragazzetto di Londra ha conquistato tutti. La folla si è già diradata ma non si scorgono sguardi stanchi. Io invece rinuncio ai dischi in rotazione (ancora tech-house, che ve lo dico a fare) ed esco in strada. Non è mai il momento sbagliato per un cornetto, stavolta alla ciliegia. Poi chewing-gum e mano al lettore. “Il momento della decompressione“, penso, e mi scappa ancora un sorriso. Scorro gli ultimi nomi caricati: Addison GrooveCommix, Duct, Maya Jane Coles, MidlandPhotek. Seleziono Modus Operandi e schiaccio play. Fanculo la decompressione. Ecco a cosa servono le cuffie.

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