Recensioni

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Damon Arabsolgar, Martin Nicastro, Antonio Polidoro, Stefano Fiori e Giuliano Pascoe sono i Pashmak, ovvero cinque musicisti stabilitisi a Milano, ma nelle cui vene scorre sangue siciliano, lucano, americano e addirittura iraniano. Let The Water Flow è il loro primissimo LP, autoprodotto e finanziato in soli dieci giorni di campagna tramite crowdfunding su Musicraiser. La musica del quintetto è un mix ben conciliato di art-rock e indie-pop, a cui non mancano intense venature elettroniche e forti richiami al panorama folk. Il pilastro sul quale l’intera struttura dell’album poggia è il tema del mare e degli equilibri che da esso dipendono, un continuo moto oscillatorio a volte tanto violento da far naufragare, altre invece pacifico, quasi intento a cullare. Insomma, una metafora della vita umana dal sapore intenzionalmente omerico.

Let The Water Flow non è un disco facile, proprio a causa della sua complessità architettonica e dei suoi arrangiamenti lontani dal già sentito. Fin dall’apertura Somersault, arricchita da un corposo pianoforte, si nota la commistione di generi diversi tra loro, nel bel mezzo della quale la batteria gioca a galoppare e ad arrestarsi subito dopo, dando spazio alla voce e ai raffinati inserti elettronici. Segue la più articolata Particles, introdotta e sostenuta da un impulso perpetuo, brano le cui sonorità riportano alla tematica del mondo acquatico e richiamano stilisticamente i DeVotchKa, grazie anche all’uso di archi. Castles è movimentata e maggiormente vicina all’universo indie-rock rappresentato, ad esempio, dai The Maccabees o dai Foals, con riff di chitarra cinguettante, ritmiche danzerecce e climax ascendenti. Da notare, subito dopo Douglas, Blue Brazilian Soap, che con il suo “Should I stay or should I come” diventa una sorta di versione bossanoveggiante dei Clash. Mate Atlantica è il pezzo folk per eccellenza del disco, lasciato in mano interamente alle chitarre, mentre Ropes gioca ancora sui crescendo e le finali Ulysses e Calypso chiudono il sipario riportando l’attenzione sulla questione omerica con morbide tessiture sonore.

Let The Water Flow è una perla di originalità e folklore in un oceano di proposte musicali spesso difficili da recepire e contraddistinguere per qualche carattere peculiare, nonché apprezzabile per non essere affatto pretenziosa. Il numero dei brani (nove), inoltre, è perfetto per un ascolto piacevole e che rimane impresso. Aspettiamo di vedere i futuri sviluppi.

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