• lug
    01
    2012

Album

Columbia Records

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A seguito della cover story di Pitchfork che ha portato sotto gli occhi di tutti le verità più intime del leader dei Passion Pit Michael Angelakos (affetto da disturbo bipolare intensificatosi a seguito dell’enorme buzz generato dal debutto del 2009, Manners) e fornito il contesto esatto per comprenderne la musica – glitterata in superficie ma cupa nei significati di fondo – risulta facile impostare una valutazione di Gossamer sulla nuova importanza delle liriche.

Il sophomore della band è d’altronde il disco personalissimo di Angelakos, per buona parte un’ode alla relazione problematica – ma salvifica – con la fidanzata Kristy Mucci (voluta sull’artwork e nel booklet) e le sue tematiche, particolarmente forti, spaziano dalla malattia mentale (Hideaway è un discorso ricevuto da un’infermiera durante la prima permanenza in ospedale psichiatrico) al suicidio (quello tentato a 19 anni, Where We Belong) passando per immigrazione/disparità economica (Take A Walk).

Il passo avanti sul versante songwriting è effettivamente lampante (la trattazione dell’amore estranea ai cliché di Love Is Greed, ad esempio, è indice di certa maturazione avvenuta), ma musicalmente il lavoro funziona a metà: lo fa egregiamente quando si muove sugli electro-stomp (Take A Walk) o sulle discese scavezzacollo (I’ll Be Alright) che permeavano le instant hit dell’esordio, quando la vena R&B mainstream si mette al passo coi tempi (Constant Conversation), quando si dà a derive M83 (Mirrored Sea) o sfoggia ambizioni via crescendo d’archi e strutture dinamiche (Where We Belong).

Altrove, al contrario, Gossamer paga caro il prezzo di una travagliata gestazione definita “un incubo” da Chris Zane e Alex Aldi – rispettivamente co-producer e ingegnere – risultando un ascolto faticoso piuttosto che catchy, a tratti eccessivamente cheesy (On My Way potrebbe essere targata Mika), goffamente massimalista (l’interludio a cappella Two Veils To Hide My Face non si spiega) o (volutamente?) non editato a dovere.

Pur vario e con una manciata di lampi di genio, il lavoro si colloca, infine, a una distanza considerevole da Manners: il contesto instabile su cui è sorto non consente di replicare nè la spontaneità creativa, nè il pirotecnico impatto di quel fortunato debutto. Con Angelakos in procinto di ritentare la via della clinica, sarà il futuro a dirci se si tratta di un disco di transizione. 

29 Luglio 2012
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