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Dopo il discreto Gossamer, datato 2012 e che aveva permesso loro un sostanzioso radio play e l’ingresso al quarto posto della classifica di Billboard, i Passion Pit tornano con Kindred, confermando, nel bene e nel male, tutto quello che avevano fatto vedere e sentire nei precedenti lavori. Capitanata dal frontman Michael Angelakos, questa volte alle prese anche con le manopole in sala di produzione, la band di Boston ripropone in Kindred la solita zuccherosa formula a base di synth-pop eighties e melodie catchy, in questo caso spogliate di quella freschezza adolescenziale che aveva caratterizzato il predecessore e, soprattutto, Manners.

Tutto da buttare quindi? No, non tutto. Kindred contiene infatti qualche episodio riuscito, come Until We Can’t (Let’s Go), Whole Life Story e All I Want (quel fischio entra incredibilmente e repentinamente in circolo): tre belle tracce da Passion Pit, portatrici sane di uno sbrilluccichìo pop che le fa funzionare e che ti fa involontariamente ancheggiare. Kindred è, tirando le somme, come una gigantesca Big Babol: per i primi cinque minuti sembra bello e gustoso, poi però nei successivi perde sapore e non vedi l’ora di sputarlo. Angelakos è un bravo compositore e songwriter, ma in Kindred dà l’impressione di essersi leggermente seduto, quasi compiaciuto del tragitto fin qui percorso.

Ci aspettavamo decisamente di più

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