• Lug
    01
    2003

Album

Faith & Industry

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Ecco uno su cui dall’altra parte della Manica scommettono molto. Ventenne, irlandese, canonicamente trapiantato a Londra. Uno che compone canzoni stralunate e lunatiche, cantandole come se Marc Almond da una parte e Dave Gahn dall’altra gli tenessero una mano sulla spalla. Uno con angosce giovani da addomesticare, la chitarra e la cameretta, i ritmi sintetici come un contagio inevitabile. Uno dall’aspetto sfacciato e misterioso, capace di posare in copertina come un profugo dell’era pre-industriale, scrutandoci dall’alto di un’accusa muta.

La sua musica è bassa fedeltà dettata dalle circostanze, più impeto che mezzi, un bisogno espressivo che carambola tra gli steccati curandosi solo di quanto nel cuore batte per uscire. Ragion per cui orchestrazioni gotiche (viole caliginose e coretti notturni), armamentario folk (chitarre, accordion, fiddle) e strategie sintetiche (tastiere e laptop) si affiancano e sovrappongono (vedi la centrale London, dall’andatura sepolcrale alla Black Heart Procession, oppure la programmatica Wolf Song), si danno il cambio precipitando tra atmosfere solo teoricamente conflittuali (dalla disarmante sventatezza electroclash di Bloodbeat alla ninna nanna in apnea di Peter Pan, dallo zampettio gotic-jungle di A Boy Like Me alla quiete traditional di Pigeon Song, e poi ancora dal pop-wave angoloso di Don’t Say No – che è come se i Pet Shop Boys coverizzassero gli Sparklehorse – alla bucolica arguzia di Lycanthropy tra archi, legni e beat trascinati nella caligine di un’osteria). Questi i materiali sonori con cui il giovane Patrick Wolf compone un viaggio allucinante lungo la trasformazione da ragazzo in lupo, seminando lungo il percorso tremiti, rabbia, dramma e un bel po’ di humour (visto anche il nome che porta…). Un concept quindi, che sa smarcarsi dalle insidie del formato in virtù di una scrittura intrepida e briosa, pronta sia alla carezza (struggente come in Demolition – gli archi e le tastiere, la voce che si strappa il malanimo dal cuore, un flauto da qualche parte) che allo sguardo cupo (la scheggia Depeche Mode – periodo Songs Of Faith And Devotion – centrifugata Notwist di To The Lighthouse), alla psicosi (nella sola The Childcatcher balenano fantasmi Tom Waits e PJ Harvey in sgraziato canovaccio drum’n’bass) e al salto nel buio (Paris cova un delirio languido e violento, allucinato e incontenibile come gli Eels di Souljacker, per quanto tenti di domarlo una danza di fiddle e tastiere).

Si arriva così ad Epilogue (solenne dialogo di violino e ukulele preso in consegna dalle impietose spire del laptop) con la sensazione di aver compiuto una vera e propria scorribanda notturna. Il ragazzo ha saputo spingersi al limite di se stesso con disarmante immediatezza, senza credersi né volersi più di quanto non sia, e non un grammo di meno. Riuscendo a suonare attendibile attraverso gli artifici, urgente nella teatralità (senza cadere nel parossismo forzoso à la Bright Eyes), titolare di ragguardevoli visioni che potrebbero portarlo lontano.

Molto più che una promessa, quindi. Qualche pound sono pronto a giocarmelo anch’io

1 Luglio 2003
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