• Set
    01
    2012

Album

Bloody Chamber Music

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Lo scorso anno chiudevo la recensione di Lupercalia concedendomi il beneficio del dubbio circa il declino apparentemente inarrestabile del neanche trentenne Patrick Wolf. Forse le mie speranze sono state esaudite. O forse no. E' successo che con lo scoccare dei dieci anni di carriera per il musicista inglese è arrivato il momento di fare un bilancio e valutare la bontà delle coordinate. Questo Sundark And Riverlight somiglia proprio ad una cesura, lascia intuire voglia di smaltire un po' di scorie assieme alla zavorra di decisioni non troppo felici e anche piuttosto ingombranti. Si tratta di un doppio album che raccoglie sedici tracce selezionate da Wolf stesso (nel primo dischetto quelle più cupe, nel secondo quelle più solari), riarrangiate in senso traditional folk e spesso sbilanciate sul versante cameristico (violino, dulcimer, fiati…), una veste peraltro già collaudata e apprezzata in tour.

Se da un lato il piglio da crooner risulta enfatizzato come non mai, dall'altro i brani rivelano una notevole anima cinematica (London, Hard Times e Overture su tutte). E' un bell'ascoltare insomma, ma i motivi di piacere e interesse si fermano appunto ai preziosismi della confezione. In questo senso Wolf scegliendo questa posizione di retroguardia, la deliziosa gelatina cameristica che dicevamo, non ravviva affatto quell'epica post-industriale licantropesca (un nipotino sperso e struggente di Dickens e Poe) che così tanto ce lo aveva fatto amare agli esordi, anzi ne porta a compimento il processo di neutralizzazione. A ben vedere quindi, al di là dell'apparente paradosso, questo disco non si discosta di molto dal predecessore. E' la stessa smania di ostentazione sotto altre vesti, scesa dal piedistallo synth-pop per sfilare a bassa velocità sull'auto d'epoca – tirata a lucido grazie ai servigi dei Real World Studios – con lo scopo di raccogliere quanti più sguardi d'ammirazione possibile (è presumibile che non mancheranno). Ma poi, Mr. Wolf?

E' un lavoro insomma che mette in evidenza tutte le sue potenzialità e allo stesso tempo le mortifica. E' un ridimensionamento che avrà senso solo se preluderà ad una nuova partenza verso nuove direzioni, magari dopo aver rigenerato quell'ispirazione che da un pezzo sembra essersi appannata. Altrimenti questo disco sarà ricordato come il canto funebre prematuro di una carriera che ha più promesso che mantenuto.

5 Ottobre 2012
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