• Set
    01
    2005

Album

Parlophone

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Le intercettazioni telefoniche di una conversazione tra Paul McCartney e Nigel Godrich, produttore del suo ultimo album, entrate fortunosamente in possesso di ”SentireAscoltare”, confermano quello che ai più era stranoto: chiamato a fare da levatrice (e anche qualcosa di più, senza entrare in particolari scabrosi) per l’ultimo nato di Macca, il produttore di Radiohead, Beck e Travis ha impedito al Sir di farsi (e farci) del male. Riuscendo nella non facilissima impresa di indirizzare sugli scaffali un disco all’altezza della fama del vecchio Beatle, e soprattutto ben lontano dai suoi non rari cedimenti solisti o in compagnia degli Wings, le celeberrime porcate con le ali.

Gli estremi, a dire il vero, non fanno strappare i capelli: ammannita in tutte le salse (e una delle song che l’accompagnano su singolo, la quasi-da-doppio-bianco Growing Up, Falling Down, non avrebbe sfigurato nell’album), Fine Line è il classico rocketto svelto e radiofonico à la McCartney, mentre la traccia nascosta, I’ve Only Got Two Hands, col suo pianofortino seriale e i suoi nastri al contrario, appartiene alla famiglia degli scherzetti strumentali ai quali il Macca – fregiandosi di nome e cognome o sotto mentite spoglie – ci ha ben presto abituati. Però già dalla numero 2, con un’intro molto Godrich, si capisce che spirano venti nuovi, certo non winds of change, ma non si può pretendere la luna nel pozzo da un signore di 63 anni che ha più soldi della Betty d’Inghilterra, si tinge i capelli come Gianni Morandi e Nick Cave e neanche ai bei tempi è stato un musicista rivoluzionario. O forse sì?

Beh, comunque sia, fatte queste e quell’altre premesse, il disco è un sacco bello. Per dare qualche punto di riferimento ai più gggiovani, ronza molto dalle parti di McCartney, il primo della serie, registrato in perfetta solitudine nel 1970, che aveva – buttate lì come riviste d’arte su un vecchio divano – almeno un paio di canzoni memorabili, diciamo Junk e Maybe I’m Amazed. Una perfetta solitudine replicata in questo “Chaos”, della quale non saremo mai abbastanza grati a Godrich, dal momento che inizialmente il disco doveva essere realizzato con la band insieme alla quale Macca sta girando in lungo e in largo gli States: Abe Laboriel, Jr. (batteria), Rusty Anderson (chitarra), Brian Ray (chitarra, e basso quando Paul siede al piano) e Paul “Wix” Wickens (tastiere); big respect, ci mancherebbe, ma poteva uscirne un album memorabile? Invece Paul ha fatto quasi tutto da solo, vedete un po’ se vi bastano questi: chitarra elettrica e acustica, violoncello, melodica, flicorno, pianoforte, harmonium, Moog, xilofono, basso, batteria e percussioni varie.

Anche se, a ben guardare, “perfetta solitudine” ’sto par de palle: e Nigel dove lo mettiamo? Senza stravolgere (e come avrebbe potuto?), ma anche senza farsi mettere i piedi in testa, anzi, nonostante la consapevolezza di essere una seconda scelta (McCartney in un primo tempo aveva pensato a George Martin, ma il “quinto Beatle”, che a gennaio 2006 taglierà il traguardo degli ottant’anni, ha passato la mano suggerendo all’amico di un tempo il 33enne Godrich), Nigel si fa sentire, eccome, per esempio in Riding To Vanity Fair, che sembra uscita da Sea Change di Beck. Ma il merito del produttore, come si diceva, è in particolare quello di aver convinto McCartney a fare il McCartney: scrivere canzoni possibilmente belle, urlacchiarle o sussurrarle con la sua inconfondibile voce da raffreddato cronico e non esagerare coi condimenti, gli ombrellini di carta, le candeline e i cazzetti buffi.

E così, vivaddio, è stato. Senza voler imporre niente a nessuno, me ne sono scelte tre, di queste belle canzoni: Jenny Wren, che per Macca è la figlia di Blackbird; la English Tea, sconsigliatissima ai diabetici, che allo stesso modo potrebbe essere la nipote di For No One o la seconda cugina di Martha My Dear; At The Mercy, quasi esclusivamente per quegli arpeggi di elettrica che pare siano stati trovati in un vicolo dalle parti di Abbey Road. E per finire in controtendenza, un accenno alla bossanova in salsa bitols di A Certain Softness, episodio tutto sommato dimenticabile in cui Paul si permette un’ombra di plagio, ricicciando un frammento del poppettone di serie B The Colour Of My Love targato Ryan (il vecchio Barry, non il giovane Lee). Sono però le imperfezioni e forse anche i mezzi passi falsi a fare di un disco un signor disco: bello, ma soprattutto con l’anima.

1 Settembre 2005
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