Recensioni

8.4

Attenzione perché ora si entra nella mitologia. Uno dei pochi casi quando si parla dei Pavement, band che ha sempre operato nell’understatement più radicale. Che fino alla pubblicazione del videoclip di Cut Your Hair non aveva neppure un volto per la maggior parte dei suoi fan. Eppure, la leggenda vuole che attorno a Wowee Zowee si sia consumato uno dei più grandi rifiuti da parte di una indie band verso un mainstream che, nel 1995, veniva ancora percepito come “il nemico“.

Secondo questa interpretazione il terzo album dei californiani, arrivato quando il songwriting tondo di Crooked Rain Crooked Rain aveva dato i suoi frutti e i Pavement avevano iniziato ad essere percepiti come l’anello mancante fra il noise rock dei Sonic Youth e il neo tradizionalismo dei R.E.M., è un “FUCK OFF” pronunciato con estrema chiarezza nei confronti delle grandi etichette che si erano messe sulle tracce di Malkmus e soci, galvanizzate dal successo di Cut Your Hair e Gold Soundz. A chi immaginava per loro un futuro come band da singoli, i cinque rispondevano con un lavoro fatto in larga parte di bozzetti impressionistici e intrugli beefheartiani, mettendo una pietra tombale sulla possibilità di proporsi come i Nirvana dei mid-90s.

Ma osserviamo bene i fatti, poiché la fredda cronaca racconta una storia parzialmente diversa da quella che viene normalmente tramandata. Tanto per cominciare, il terzo album dei Pavement è il risultato di due session distinte. La prima, portata a termine dai soli Malkmus, Steve West e Mark Ibold, ha luogo a New York negli studi di Random Falls, poco dopo le registrazioni di Crooked Rain (che non era ancora stato pubblicato). Consta di una manciata di canzoni più sperimentali e free form, realizzate nel tentativo di recuperare lo spirito avanguardistico delle prime registrazioni, ma in un’ottica non dissimile da quella acida a progressive che segnerà gli album solisti di Malkmus nel periodo Pig Lib. L’artista, che percepisce le canzoni di Crooked Rain come troppo “regolari“, sceglie di sottoporre a Ibold e West alcuni dei suoi riff più stralunati. È qui che nascono i frammenti più incongrui e dissonanti.

Stephen mi diede la cassetta di lui che suonava. E c’erano così tanti cambi di tempo! Sembrava un pezzo dei Royal Trux.
Steve West

Esattamente l’opposto di quello che accadrà otto mesi dopo a Memphis, dove la band si ritrova per dare ufficialmente inizio alle registrazioni del suo terzo album. A quel punto i Pavement hanno alle spalle due anni di tour ininterrotto. Steve West ha sostituito stabilmente Gary Young e il consolidamento del ruolo di Bob Nostanovich (inizialmente assunto per ovviare ai “vuoti di memoria” dell’ex batterista) ha consentito di mettere in campo una formazione affiatatissima, che diverte e sa divertire. Anche per questo, nella rilassatezza degli Easley Recording Studios il gruppo accumula idee e materiale. Le nuove canzoni si sviluppano con naturalezza, organicamente, come improvvisazioni su canovacci molto esili; spesso senza un testo, che di fatto continueranno a non avere anche dopo che Malkmus vi appiccicherà i suoi verbosi calembour.

L’iperproduttività diventa persino motivo di scontro all’interno di un collettivo che fino a quel momento non mostrava i requisiti minimi (in termini di aspirazioni divergenti e incompatibilità caratteriali) per litigare. La discussione investe Malkmus e Kannberg, le due principali forze creative in seno al gruppo. Scott vorrebbe un disco più coinciso, ma ricco di spunti melodici e canzoni compiute. «Pensavo che questo sarebbe stato il nostro Reckoning o il nostro Lifes Rich Pageant», dirà. Ma per quello bisognerà attendere il successivo Brighten The Corners. Stephen, infatti, spinge affinché Wowee Zowee mantenga quel caos creativo che ha contraddistinto il progetto sin dagli esordi. Vuole un disco che contenga singoli e “lati b” (anche se curiosamente le b-side più compiute dell’epoca, come Sensitive Euro Man e Painted Soldiers, verranno escluse dalla scaletta), che fotografi il momento estremamente prolifico del gruppo e che sottoponga l’ascoltatore a un tour de force emotivo alla maniera di capolavori come Double Nickels On The Dime dei Minutemen. Alla base di tutto, quasi sicuramente, quella sensazione inebriante e traditrice che hanno le band con il vento in poppa, quando pensano di non poter sbagliare neanche volendo. È in questo contesto che nasce l’idea di fare di Rattled By The Rush (un blues pop destrutturato in cui tutto, a parte il riff iniziale appare incerto e claudicante) il primo singolo.

Prima di tutto non c’è mai stata la volontà di non voler aver successo. Volevamo avere più successo possibile, naturalmente all’interno dei confini del nostro gusto collettivo
Steve West

Non c’è dubbio però che Wowee Zowee ridimensioni le aspirazioni della band, non tanto per i risultati commerciali (venderà circa la metà di Crooked Rain, ma si assesterà in linea con le altre release del gruppo), quanto per la freddezza con cui verrà accolto, in particolare dalla stampa, con la quale si consuma la fine della luna di miele iniziata ai tempi di Slanted And Enchanted. Certo, non aiuterà il fatto che Malkmus e soci inviino alle riviste un advance tape con una diversa sequenza dei pezzi e un mix differente, ma la critica rimane la stessa: mancanza di focus. «Una prova incompiuta», secondo Rolling Stone, per quello che assomiglia a un autosabotaggio da parte di una band ansiosa di rimanere ancorata alle collage radio.

Oggi il giudizio sul disco è parzialmente cambiato. Tra i fan c’è chi lo considera persino il lavoro più completo del gruppo. Senz’altro, al momento della pubblicazione, Wowee Zowee sconta la particolare congiuntura storica. Il 1995 è l’anno che segna la fine della “bolla alternative”: la storia d’amore fra il grande pubblico e l’underground rock americano, iniziata ai tempi del grunge, stava giungendo alla sua naturale conclusione. Oltre a questo, l’uscita quasi concomitante di album come Alien Lanes e Electr-O-Pura avevano spostato su Guided By Voices e Yo La Tengo le attenzioni degli indie rocker.

C’è poi da fare un discorso più specifico, relativamente ad un disco destinato a crescere con gli ascolti. Ipertrofico e disomogeneo, Wowee Zowee è composto da 18 brani in cui accade praticamente di tutto e in cui accanto ad alcune delle gemme più luminose del repertorio pavementiano, trovano spazio frammenti apparentemente inconcludenti. Lo shuffle stridulo di Brinx Job, la squadrata sceneggiata post hardcore di Flux = Rad e il caos divertito in salsa noise di Serpentine Pad, tutti nati dal furore creativo di Random Falls, non sono affatto sperimentazioni fine a se stesse che rimandano a dei Sonic Youth di seconda mano, piuttosto nell’economia di un album complesso come questo rappresentano momenti di decompressione emotiva, utili al rilascio delle tensioni accumulate in Grounded (il vero capolavoro dell’album, un brano che spicca dolcemente il volo su calde folate di vapori noisy) e Father To A Sister of Thought (la cui slide sognante riprende il discorso laddove Range Life l’aveva interrotto, aggiungendovi densi strati di malinconia).

Detto questo è ineludibile che Wowee Zowee sia una prova fortemente segnata dal successo della precedente. Lo si capisce per come, anche nei momenti più compiuti, Malkmus e co. sembrino ossessionati dal marcare le distanze dall’esuberanza divertita di Cut Your Hair. L’inizio affidato a We Dance, ad esempio, una ballata melliflua e piuttosto dark, i cui richiami freudiani («There is no…castration fear») che aprono canzone e album furono voluti dal frontman proprio per segnare un drammatico distacco rispetto alla spensieratezza di Crooked Rain. E allo stesso modo Black Out, Motione Suggest e Grave Architecture sono umide ballate che ricalibrano l’elettricità soffusa dei suoi momenti migliori su sofisticati melodismi jazzy. D’altro canto, il desiderio di sperimentare nuove soluzioni porta a pezzi come Fight This Generation (una prima parte dominata dal violoncello di Sibel Firat e una seconda dalla paranoica tensione kraut), Best Friend’s Arm (esplosione di dissonanze afasiche con coda blues) ed Extradition (che dopo un inizio abbastanza rilassato si avvita in una sequenza di siparietti strumentali).

In questo senso non appare strano che i due momenti più immediati e accattivanti del disco risentano del clima ecumenico del secondo album. Kennel District (la cui inebriante circolarità sfocia in un chorus memorabile) era stata scritta da Kannberg durante le registrazioni di Crooked Rain, ma poi ne fu esclusa all’ultimo momento. AT&T viene invece registrata e mixata in appena due ore dal solo Malkmus negli studi di Mark Venezia, l’ingegnere del suono di Crooked Rain. Un vero e proprio blitz da parte dell’artista, che sentiva di aver in mano un frammento aureo di pop sbilenco. Alle ultime due schegge (i sei minuti tremuli di Half a Canyon e, soprattutto, le evoluzioni stereolabiane di Western Homes) va infine la palma delle più sacrificabili del lotto.

La gente dice spesso che Wowee Zowee avrebbe potuto essere più commerciale  ma non capisco a cosa si riferiscano. A quale canzone del disco rinuncerebbero? Quale idiosincrasia eliminerebbero? Pensare a dei Pavement più commerciali per me è un ossimoro. Le cose che hanno reso i Pavement speciali sono le stesse che hanno impedito loro di vendere milioni di dischi
Gerard Cosloy (Matador)

Cosloy era presente alla riunione con i vertici della Warner nella quale si decisero le sorti di Wowee Zowee. «Era solo hype», ricorda oggi Kannebeg, secondo il quale, a dispetto di quanto affermato dalla stampa, non c’erano altre major a bussare alla porta del gruppo. Se c’erano stati contatti, erano avvenuti ai tempi del tour con i Sonic Youth, quando qualcuno dagli stati generali della Geffen aveva avvicinato Stephen Malkmus. A parte questo, la realtà era molto più semplice: «Eravamo contenti con Matador – ricorda Bob Nostanovich – Conoscevamo tutti là, perché avevano iniziato più o meno quando noi. […] Inoltre avevamo un ottimo contratto». A quel tempo la label aveva un fruttuoso accordo di distribuzione e promozione con la Atlantic. Inoltre, nel ’95 Danny Goldberg, l’uomo che aveva negoziato la partnership fra le due etichette, era diventato presidente della Warner. Fu in questo contesto che Cosloy e soci spinsero affinché fosse Warner a promuovere il nuovo album dei Pavement. Una mossa che, col senno di poi, si rivelò controproducente. Ma per colpa di chi?

Per certo ci fu un meeting a Los Angeles in cui fu chiaro che il supporto della major sarebbe stato ridotto ai minimi termini. Secondo Goldberg (che in quel momento era impegnato a rinegoziare il contratto con tutti i maggiori artisti e per cui i Pavement rappresentavano tutto sommato un problema minore) fu lo stesso Malkmus a smorzare ogni aspettativa, rifiutando di affidarsi ad un manager e di prendere parte al giro dei grandi festival.

Voleva mantenere la qualità della vita che aveva in quel momento. Amava l’intensità dei suoi fan, ma non voleva rompere con i suoi ritmi e il suo stile di vita. È una scelta che rispetto, ma se un artista non è disposto a fare tutto il dovuto per promuovere la propria musica, cosa può fare un’etichetta?
Danny Goldberg (Warner)

È in fondo un’immagine molto romantica, quella dell’indie rocker che, più o meno consapevolmente, sabota sé stesso, rinunciando al successo in nome di uno stile di vita a misura d’uomo. Un’ipotesi che possiamo accettare senza troppi sospetti e che corrobora l’immagine di Stephen Malkmus come rappresentante più sincero della Generazione X. Il fratello maggiore degli slacker di tutte le latitudini, per i quali, solo pochi anni prima aveva già composto i versi definitivi («I was dressed for success, but success it never comes»). Un’idea confortata dalle parole di Bob Nostanovic, che alcuni anni fa terminava un’intervista con una frase che potrebbe riassumere l’intera parabola della band: «È vero che volevamo il successo. Ma sentivamo di averlo già raggiunto. Abbiamo sempre sentito di essere importanti».

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette