• Ott
    01
    2012

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Fat Cat

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Un certo tipo di attitudine diffusa nei primi '90s non smetterà mai di esistere… ed è giusto così. I PAWS forse non erano neanche nati (il leader Philip Taylor è del 1990) quando il dio degli slacker – probabilmente incarnato qualche anno dopo dal Drugo di The Big Lebowski – insegnava la retta via a band come Dinosaur Jr. o Pavement e guidava i ragazzini americani tra skaters, fumetti brainless, scatole di pizza, birre e Beavis & Butthead.

Dettaglio non trascurabile: come gli inglesi Yuck, anche i PAWS – nonostante le affinità con quel contesto – non provengono da villette a schiera statunitensi ma bensì dalla piovosa Scozia.

Il gioco dei PAWS e del loro album di debutto Cakefloat! è quello più classico: melodia (tanta melodia), chitarre svogliate ma protagoniste e youth-mood dall'inizio alla fine. Catherine 1956 contiene l'elemento che fa la differenza tra band come Blink 182 o Feeder e i PAWS: la genuina onestà di chi sa scrivere un buon pezzo orecchiabile, non perchè lo deve fare a tutti costi ma perchè gli riesce in totale spontaneità.

Teste che si muovono e busti dondolanti in Jellyfish (strano incrocio tra Wavves e i Sum 41), titoli che parlano da soli (la scanzonata Boregasm), virate garage-punk ancora in ottica Wavves (Bloodline) e inni lo-fi sotto la produzione di Rory Atwell (ex Test Icicles).

Tra i momenti più memorabili e fuori dal leitmotiv musicale di Cakefloat! abbiamo l'unico passaggio acustico Get Bent che rappresenta l'apice dell'immaginario kids against parents ("Why do you spend all your free time in your room?") e i ricordi in zona Hüsker Dü di Tulip.

In giro con i Japandroids (al termine del tour con i nostri Be Forest), i PAWS potrebbero non maturare mai e, ironicamente, è il migliore augurio che gli possiamo fare. Forever young. 

27 Ottobre 2012
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