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    01
    2011

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Island

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Le celebrazioni erano cominciate già nel 2009 con la pubblicazione di una edizione deluxe dell’esordio Ten e ora si completano con una raccolta live che riecheggia nel titolo il Live On Two Legs del 1998. Perché la band di Seattle esplosa nel (e unica sopravvissuta al) periodo del grunge celebra i vent’anni di carriera compilando una tracklist di successi che pesca dalle sterminate registrazioni del periodo 2003 – 2010 realizzate all’ingegnere del suono John Burton. Le tracce sono poi state affidate per missaggio e rimasterizzazione alle fide mani di Brett Eliason e ne esce un suono che, soprattutto se alzate la manopola del volume, vi restituisce tutta la forza delle esibizioni live di Eddie Vedder e soci, compresi cori e risposte del pubblico, ma in una purezza non sempre riscontrabile in altre operazioni analoghe.

Al di là della celebrazione del ventennale, che senso ha per una band che ha inondato i fan di registrazioni live, un album e un’edizione di lusso in doppio vinile come questa è presto detto. Dopo il periodo delle scelte “politiche”, come il rifiuto dei videoclip promozionali, la lotta con le agenzie di vendita dei biglietti live, per i Pearl Jam anni zero è arrivato il momento della canonizzazione e di un sano calvinismo live: tour mondiali continui (seppur non proprio neverending) con gadget al seguito e un’assestamento della base di fan.

Già, i fan. Lo zoccolo duro di sostenitori che li seguono con affetto e dedizione è particolarmente rigoglioso nel nostro paese, dove la band ama tornare spesso e si dice che proprio dal punto di vista dei live, uno dei migliori sia stato registrato proprio nella nostrana arena di Verona. Il problema, ascoltando la musica, è che dopo l’urgenza adolescenziale di Ten, dopo la rabbia di Vs., il trip medico di Vitalogy e il gioiello assoluto di No Code, i Pearl Jam si siano dedicato esclusivamente a una canonizzazione di se stessi, come già notavamo all’altezza dell’ultimo mediocre Backspacer.

Impressione confermata a pieno da questo live, che dal nono album ufficiale pesca ben quattro brani, e la cui attitudine e sapiente ricettina viene applicata a tutto il programma. A poco o nulla valgono le cover tributo (Arms Aloft di Joe Strummer) e inattese (Public Image di John Lydon e soci), e nemmeno i recuperi dai primi Novanta (State Of Love And Trust), perché ascoltare i Pearl Jam oggi è come tornare a mangiare dalla nonna: tutto buono e condito sempre dell’amore verso i nipoti, ma alla fine è sempre la stessa minestra.

22 Gennaio 2011
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