• Lug
    23
    2013

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Sembrava che ormai non ci fosse più speranza. Li abbiamo ascoltati dimessi e distaccati nel precedente Elysium, quasi un film-incubo girato tra tassisti che ricordano a Neil Tennant quanto apprezzino ancora le sue vecchie canzoni, momenti da gustare finché durano e la presa di coscienza che il tempo passa, inesorabilmente, e che alla soglia dei sessant’anni non si riesce più a sedurre come una volta. Eppure, chi si aspettava un addio dai Pet Shop Boys deve ricredersi: Tennant e Lowe hanno chiuso con la Parlophone dopo quasi trent’anni di onorato servizio e hanno fondato una propria etichetta, la x2 (affiliata alla Kobalt), per lanciare un lavoro che è la perfetta antitesi del suo predecessore. Un disco elettrico ed elettrizzante, estivo, da consumare con due cubetti di ghiaccio e la compagnia giusta, che ripercorre tre decenni di dance music con l’esperienza che è propria di due grandi maestri – che, messa da parte la malinconia, vengono convinti da Stuart Price a tuffarsi nella piscina miracolosa di “Cocoon”, a ricaricare le batterie e a offrire al pubblico il colpo di coda che si aspettava.

Già dalle prime note di Axis capiamo subito dove si andrà a parare. Tra spennellate vivaci di synth e voci robotiche si ritorna per un attimo a Relentless (l’extra disc di Very, capolavoro del 1993), ma tra i riferimenti si rintracciano Menergy di Patrick Cowley, l’accoppiata Giorgio Moroder/Harold Faltermeyer e il Jean-Michel Jarre di Chronologie. La lunghezza insolita delle nove canzoni fa pensare a un altro classico del duo, Introspective, e non è l’unico elemento in comune tra i due lavori: se ventincique anni fa Neil giocava con l’idea di unire “Che Guevara and Debussy in a disco beat”, oggi fa convivere come se niente fosse Henry Purcell (via Michael Nyman) e Karl Marx in Love Is A Bourgeois Constructquasi una rilettura forbita di Hung Up di Madonna, con un titolo per cui il buon vecchio Morrissey ucciderebbe. Se un tempo i Pet Shop Boys portavano in classifica Always On My Mind di Elvis Presley (ma nel frattempo ci sono state anche Where The Streets Have No Name degli U2, My Girl dei Madness e Viva La Vida dei Coldplay), ora sembrano volerci riprovare con un brano dal canzoniere di Bruce Springsteen, The Last To Die, vicinissimo nel nuovo arrangiamento a Human dei Killers (non a caso prodotta da Price). Dopo l’hi-NRG del brano d’apertura ci sono suggestioni Balearic (Bolshy si aggancia a Bilingual, album con cui sembra che Neil e Chris abbiano fatto pace, e a The Sun Rising dei Beloved), la deep house sinistra di Fluorescent e il richiamo ai rave di Shouting In The Evening, che suona come il risultato di un’ipotetica task force composta dagli Yello e da Skrillex.

Se in Elysium il protagonista era Tennant, con la sua sagacia e il suo talento criminalmente sottovalutato nello scrivere testi, intelligenti ma non pedanti – neppure quando sfocia nel commento politico – e spesso dallo humour irresistibile, è senza dubbio Chris Lowe a fare la parte del leone in Electric, con le sue tastiere scintillanti e lo spiccato senso per la melodia. In Thursday, uno tra i momenti migliori di un disco che non inciampa mai, lo riascoltiamo insieme al rapper Example e ci accorgiamo che nel frattempo, dopo il pasticcio di Happiness Is An Option dal mezzo passo falso Nightlife, i nostri hanno imparato ad avventurarsi in territori non loro con maggiore consapevolezza. Stavolta è l’ospite ad allinearsi ai Pet Shop Boys, che recuperano per l’occasione temi e sonorità degli esordi (se il testo è figlio di I Want A Lover, la progressione degli accordi è quella di Love Comes Quickly e i suoni quelli di You Know Where You Went Wrong) e li traducono, insieme a un synth-bass elegantemente scippato ai Royksopp, in un linguaggio moderno, fresco, attuale. Non mancano neppure un omaggio a Trevor Horn e alla magia delle sue produzioni ZTT nel dance-pop erudito di Inside A Dream (“The Land of Dreams is better far / above the light of the Morning Star” è una citazione di William Blake) e a Sterling Void, di cui i due ripresero It’s Alright, nella conclusiva Vocal.

I due gentiluomini inglesi rialzano la testa e ritornano a fare ciò che meglio riesce loro: riempire la pista da ballo, ma con la sensibilità tipica dei grandi autori pop. Musica per scatenarsi, per riflettere, abbandonarsi al piacere e arrendersi con le mani alzate all’amore, che sarà pure un costrutto sociale o, come cantava Tennant anni fa, una “catastrofe”, ma soggioga e non lascia alcuna via d’uscita. Non chiamatelo un comeback album, perché i Pet Shop Boys non se ne sono mai andati: hanno solo voluto farci credere, per qualche anno, di voler guardare la partita da bordocampo e di non essere più interessati, in mezzo ai Guetta e ai Benassi, a tirare in porta. Ma in fondo sapevamo già che le cose non stavano così. Chapeau.

19 Luglio 2013
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