• Mag
    01
    2006

Album

Parlophone

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Un tempo erano dèi. Per quel che poteva significare allora – gli eighties di mezzo prolassati nei novanta – essere dèi. Questione di scenografie, di coreografie video-pervadenti, pantheon vagheggiato da estetisti e coiffeur, danze stilizzate per robot che sperimentavano l’ebbrezza d’essere stati anche uomini – ma tu pensa – un tempo.

I Pet Shop Boys furono di quell’era i regnanti con lo scettro di cartone. La sistematizzazione stilistica che ne fecero fu assoluta. Volutamente perseguivano la piattezza dinamica come risultato di precisi algoritmi timbrici (il teatrino dei Kraftwerk non era passato invano): non c’era di meglio per l’ineffabile prevedibilità delle melodie e per il canto di Neil Tennant, di una levigatezza più virtuale che reale. Eppure – straripante e perciò quasi invisibile contrasto – c’erano quei testi che esploravano con acume e sarcasmo la deriva dei tempi, i micro/macro collassi della modernità. Sì, erano dèi di una chiesa senza fede. Capaci di far incazzare la Chiesa, a volte. Ma tu pensa.

Oggi, i due ex-parapaninari tornano a batter cassa licenziando un album dalla profonda leggerezza, carico di vecchi segnali che nel frattempo sono diventati simbolici e quindi – per sempre – attuali. Ammiccano ai Depeche Mode (la cupa ostinazione di Psychological) e si riprendono quanto prestato ai Grandaddy (l’allibita iridescenza di God Willing). Dichiarano affinità ai brit-capricci dei Pulp (The Sodom And Gomorrah Show) o alla poptronica trepida dei Notwist (I Made My Excuses And Left). Concedono al producer Trevor Horn di lasciare sensibili impronte Frankie Goes To Hollywood (Numb sembra in effetti la nipotina di The Power Of Love).

Altrove ci sbalordiscono con una mesta solennità cibernetica degna del Beck di Sea Change e dei recenti Flaming Lips (Luna Park). Oppure, finalmente (?), fanno la loro cosa, come l’eurodance tutta riffettini adesivi & scintillanti di I’m With Stupid e Minimal. Non so se sono loro ad essere in forma, lucidi e maturi come non mai, o sono io che mi faccio irretire da un’involontaria nostalgia. Fatto sta che questo disco mi sembra un buon disco. La dedica a Mahmoud Asgari e Ayaz Marhoni, due adolescenti iraniani impiccati perché gay, è meritevole di plauso

1 Maggio 2006
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