Recensioni

7.2

Prima o poi anche i migliori sono costretti a rallentare, se non addirittura a fermarsi. E proprio in questi momenti i migliori si distinguono: si adattano e cambiano i piani. Prendete quel prolifico compositore che è Peter Broderick: pensava a un 2009 passato di corsa, lavorando al successore di Home e girando in tour sia da solo che con i danesi Efterklang. Poi un ginocchio operato che non vuole rimettersi lo costringe a una pausa forzata, il polistrumentista si ritira in Oregon e, non potendo più giocare con i suoni, si reinventa a giocare con pensieri e parole.

Il risultato è How they are, un album delicato e malinconico, pervaso da una tristezza sottile che prende d'inverno, quando la pioggia scivola sui vetri e ti ritrovi a osservare il mondo esterno attraverso un vetro di cinismo e nostalgia (o attraverso una linea laterale, come canta, a cappella, nell'introduzione). Ai toni intimisti di Sideline seguono When i'm out, in cui note del pianoforte si rincorrono nel silenzio di una stanza, e la drammatica Pulling the rain, dove soltanto il registratore osa far sentire la propria presenza, ogni tanto, sbattendo sulla cassa del piano. Il fluire di emozioni continua con Human eyeballs on toast, ironica riflessione sull'uomo e sul desiderio di vedere le facce a friggere in padella (every time i see a man, i dream about his face in frying pan), fino a raggiungere il momento più evocativo con la minimale Guilt's tune, in cui pianoforte e chitarra accompagnano l'americano a toccare le corde dell'Arthur Russell di Another Thought.

Con How They Are Broderick ci regala un album semplice, senza effetti o elettronica, che rappresenta la sua umanità prima ancora che la sua personalità artistica e che trova nell'essenzialità il mezzo per trasmettere una parte importante di sè.

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