Recensioni

7.2

Largo ai giovani, il dirompente Peter Broderick! Recensire un disco – l’ennesimo nonostante la giovanissima età – del giovane compositore danese è come ammirare l’intera opera del cineasta francese Francois Ozon. Dispersiva e intensa, manierista e provocante, dai tratti ossequiosi e quasi mai (auto)indulgenti, e ancora, lenta e minimalista, sfocata e maldestra come la natura umana cui sono chiamati a darci conto, rinchiusi dentro il vortice del ricordo, devoti nel regalarci preoccupazioni riguardo alle loro forme, ma sempre fieri della loro sostanza. Confrontate gli incubi solitari di Charlotte Rampling in Sotto la Sabbia con gli ammiccamenti così delicati e sinuosi di Bad Words, piccola perla racchiusa in http://www.itstarthear.com, il nuovo album broderickano prodotto dal tedesco Nils Frahm.

L’ennesimo esercizio di stile? Non proprio, più precisamente, lo specchio dell’anima del ventiquattrenne Peter, uno scrosciarsi tra i fili della sua anima, nel suo passato come uomo. Il pezzo d’apertura, la languida I Am Piano, non chiarisce le idee, ancorata (splendidamente) com’è ai severi stilemi minimalistici che la nuova ondata post modernista (Olafur Arnàlds, Dustin O’Halloran, per citare i più classicheggianti) impone. Poi Broderick a stento trattiene gli istinti, gli spiriti e chissà cos’altro, finendo così col spaziare completamente, sostanzialmente, perdersi per poi ritrovarsi; una ricerca universale e avida, alle volte atipicamente dispersiva (l’aggrovigliarsi meccanicizzato di It Starts Hear), delle altre ben calibrata, vedi l’arpeggio spassionato di Trespassing, o gli innesti orientaleggianti alla Apparat di Colin. A Tribute To Our Letter Writing Days, così minuziosa e ariosa nella sua liquida sinfonia, ricalca le orme dei Mùm più prolissi e rivelatori. L’inedite trame west coast di Blue ci accompagnano alla scoperta di Asleep, lieve discesa agli inferi, degli Efterklang diluiti, dilapidati; Asleep, picco emozionale dell’intero album, sentito omaggio ad un amico scomparso in un incidente tra le acque, definisce un ricordo dai tratti sconfinati e struggenti, prima di raggiungere l’apice tra la delicatezza dei cori, avvolgenti e ipnotici prima dell’esplosione finale, sfumati poi tra gospel oceanici e lampi infiniti di melodia ultraterrena.

In conclusione, Broderick si affida alla rasserenante Everything I Know, una buonanotte acustica ammorbidita da una liquidità in bilico tra Iron and Wine e ciò di più lucente si possa immaginare. Un album che cresce ad ogni ascolto, e che, nonostante qualche – perdonabile – passo falso (la già citata It Starts Hear e l’inutilmente tambureggiante With The Notes On Fire), sa rileggere il suo e il nostro passato con le sole coordinate del futuro. Incesti musicali – e temporali – del tutto naturali, verrebbe da dire.

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