Recensioni

7.5

Viaggi in nastro magnetico per Ten Duets, partenze, quelle senza meta e dal bagaglio volutamente troppo piccolo – 35 minuti scarsi: ci penseranno i ricordi a segnare il ritorno, fatti di appunti rubati al passaggio, immagini che via via si ingrandiscono ed allontanano o quel filo sottile di fantasia che sa di imbrogliare il tempo, persino quello d’interminabili attese.

E dire che era passato solo un’anno da Home (Bella Union-2008) dai primi amori in cantautorato, o due dai saggi pianistici di Docile (Type 2007) ma gli stilemi e le curiosità del giovanissimo Peter Broderick difficilmente si fanno catalogare, preferiscono scivolare oltre, senza per forza scendere a compromessi con i termini propri al genere.

Sfumati ed inafferrabili, i contorni in dieci tracce di Ten Duets, accompagnati da dieci Polaroid, una per ogni coppia di strumenti. A rubare l’anima allo strumento ci pensa la sensibile scrittura dell’artista, confrontate tra circolari trame in ripetizione e acustiche sedute in ambient, lambite tra privazione, isolazionismi o nutrite a cristalline anime in luce.

I segreti camminano in punta di piedi trai tasti d’un pianoforte giocattolo, mentre le tre dimensioni e gli orizzonti toccano ai riverberi d’una chitarra, ad una viola e ai laptop le creature più minimali e infine ad un’harmonium le chiusure del LatoA. Decide di tornare alla voce l’intro al LatoB tra violini in mantra, Theremin e mandolino, per poi sprofondare nelle offerte stasi in field recording, prendere fiato per un attimo nelle corde in nylon della nona traccia, rialzarsi e, in quest’ultime danze a due di banjo&piano, ritrovare quella luminosa, leggera e consapevole via di ritorno.

Una scatola magica sonora che decide volutamente di lasciarsi rubare e smagnetizzare dal tempo, ma rimarrà traccia per chi anche solo per un attimo avrà la fortuna di incrociare il suo svolgersi e riavvolgersi.

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