Recensioni

5.8

Cominciavo mesi fa la recensione di itstarthear.com, con un promettente “Largo ai giovani, il dirompente Peter Broderick!”: mai proclama fu più sacrificato e vittima dall’entusiasmo – seppur tiepido – del momento. E si sa, le recensioni vivono di sottigliezze, di ciò che rimane (se di buono qualcosa c’era) più di ciò che è stato realmente aggiunto all’opera, di un continuo soppesare a discapito dell’osservazione (brutto mestiere quello del recensore), soprattutto visti i tempi affamati e impulsivi che il mondo musicale è costretto – per sua colpa, sia ben chiaro – a subire. Il caso dell’artista danese è eclatante; una sovrapproduzione (due dischi in meno di un anno e chissà quanti in programma) che nulla giunge – ribadisco, semmai toglie – all’opera tutta, alla forma che un musicista è capace di dare alla sua creatura, soprattutto se, come in questo caso, si parla di avanguardia legata direttamente al cantautorato e a tutte le sue forme future, innovative o meno, non sembra avere gran importanza.

Andiamo al sodo, il nuovo These Walls Of Mine, a parte il titolo suggestivo, nulla evoca se non un parziale passo indietro, un vago assopimento del talento di Broderick. Ci si allontana sempre più dall’ondata neo – classicista dei vari Arnalds o O’Halloran per avvicinarsi sempre più ad una voluta non-direzione dal sapore rapeggiante e quasi sospesa nelle sue minim(alist)e e solo vagamente suggestive intuizioni sonore. Assemblate come e con che fine, lo spiegheremo poi, ora la rigida analisi. L’iniziale Inside Out There apre spiragli che rimandano ad un passato recente (una quasi rivelazione in salsa islandese) incapace di ri-sintonizzarsi , avvinghiato com’è alla ricerca spassionata dell’insipido arrangiamento esotico (il western alla Johnny Cash di Freyr! tra coretti soleggianti) o del balbettio suggestivo (una quasi luminosa I’ve Tried). Si fa poi il verso a Moby (Proposed Solution To The Mistery Of Soul), per poi passare, soprassedendo sull’imbarazzante rap di When I Blank I Blank, all’eponima These Walls Of Mine, collage dal sapore improvvisato, a dir poco. Il battimano notturno di Copenhagen Ducks si eleva quasi come una piccola perla in quarantena (sognante e cadenzata, quasi appena colta), capace, lei sì, di emergere fra il (talento) sommerso che la circonda.

Un album che vuole essere visto come esperimento, un laboratorio musicale (e vocale, e testuale) dove il come – la casualità dei testi visti come dialogo con i fan, l’introspezione insistita, il mezzo internet come collante sul tutto – prevale volontariamente finendo così per comporre un quadro desolato, senza direzioni, dove a mancare è la seppur minima poetica. Un album fine a se stesso, dove i flebili abbozzi di genio, come se fossero dei freddi calcolatori, non trovano riscontro tra le angolature umane e istintive di cui un’opera di livello si nutre e si nutre ancora, tralasciando i fini, e quindi, concentrandosi finalmente sulle origini.

These Walls Of Mine soccombe in preda ad isterismi troppo insistiti sul perché di un’operazione volutamente autoreferenziale, tralasciando inesorabilmente la sostanza. Come un piano sequenza in un deserto e, quest’ultimo no, non è un complimento.

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