Recensioni

6.4

Ogni qualvolta si legge di un ritorno sulle scene di Peter Doherty, sono almeno un paio i motivi per cui felicitarsi. Il primo è legato al lato artistico, e quindi al piacere di poter ascoltare quelle canzoni scricchiolanti che solo lui, come pochi altri nell’ultimo decennio nel Regno Unito e dintorni, è in grado di scrivere. Il secondo fa invece riferimento al lato umano, ed è il sospiro di sollievo che, almeno chi scrive, si trova a tirare al pensiero che Doherty sia ancora qui, vivo e vegeto, in mezzo a noi. Ovviamente, e lo si diceva anche in sede di recensione del suo debutto solista Grace/Wastelands datato 2009, quando si parla dell’ex leader dei Libertines è quasi impossibile prescindere dal personaggio, e da quella sua spiccata attitudine alla (auto)distruzione che, tuttavia, dopo anni di dura “lotta”, sembra finalmente essere in grado di tenere a bada. Così come è impossibile non pensare a chissà quale sorte sarebbe spettata al buon Peter se non ci fosse stata la musica a tirarlo fuori da quel vortice nichilista fatto di polveri e liquidi “mortali”.

La musica a conti fatti è sempre corsa in soccorso del cantautore dannato e fragile, affascinato dal pericolo e dall’eccesso, e poco conta se oggi ce lo spiattella dinanzi agli occhi imbolsito e sfatto, stravolto nella sua impeccabile aria bohemien. Se c’è un-artista-uno che ha il diritto di proferire la celebre frase “la musica ha salvato la mia vita”, beh quello è certamente Doherty. In Hamburg Demonstrations, secondo capitolo in proprio del Nostro che arriva a un anno di distanza dal ritorno dei Libertines con Anthems For Doomed Youth, e a tre da quello dei Babyshambles (Sequel To The Prequel), riabbracciamo il solito Doherty che, sigaretta in bocca e munito di chitarra acustica, carta e penna, riesce a tirare fuori con estrema naturalezza quelle strofe stropicciate, impregnate della tradizione folk-blues britannica e cantate con la solita voce gracchiante. Nell’ultima fatica, registrata, negli studi Clouds Hills Recordings di Amburgo, il Nostro resta quindi fedele a sé stesso, spostandosi tra le consuete ballads (dalla vaudevillana Kolly Kibber alla stralunata Hell To Pay at The Gates of Heaven, scritta dopo gli attentati al Bataclan di Parigi del 13 novembre 2016, fino alla “straziante” Flags From The Old Regime dedicatata all’amica-collega Amy Winehouse – con il verso «Oh me, Amy, any / You won’t be coming down tonight» a fare sbrillucciare gli occhi – e all’austera I Don’t Love Anyone) e virando verso soluzioni uptempo (il duetto con Suzie Martin, co-proprietaria del negozio di seconda mano Rag&Bone, in Birdcage e A Spy In The House of Love, entrambe caratterizzate da chitarre sterzanti). Ad emergere è però il Doherty poète maudit che ritroviamo nella novecentesca The Whole Is Our Playground, grazie alla quale ci si può facilmente sentire catapultati nelle vie sudicie di una città europea di inizio secolo scorso mentre una copiosa pioggia acida infesta l’atmosfera, e nella conclusiva She Is Far, ballata cullata dai violini che è un delizioso poema per la città di Londra («And every favourite river underneath the city aw / It floods with tears /And there’s a new garden where the living breathe»).

È vero, mancano i pezzi da novanta, quelle The Last of English Roses e Broken Love Song che avevano fatto del predecessore Grace/Wastelands un piccolo gioiellino brit-baroque-folk, ma il songwriting cristallino e per questo fragilissimo, che deve fare i conti con la tendenza autodistruttiva del personaggio, resta sempre sullo sfondo. Anche se leggermente al di sotto degli standard, possiamo dare una pacca sulle spalle al vecchio, caro Pete.

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