• ago
    12
    2016

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Joyful Noise

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«Qui la gente canta, balla, si prende per mano, si abbraccia, si ama e gode»: così raccontava Bhagwan Shri Rajnísh – meglio conosciuto come Osho – la comunità fondata nei primi anni Ottanta in Oregon nel segno dell’originale e strambo credo che mischiava dottrine religiose orientali, libertarismo e cultura hippie. Il santone di origine indiana aveva votato alla spiritualità quella piana a sud di Portland, senza dimenticarsi dell’allegria e dell’energia ereditata dai raduni spirituali e musicali degli anni Sessanta.

Per questo ed altro, in quell’isola su terraferma, avrebbero sicuramente apprezzato Our Puram dei Pfarmers, un lavoro ispirato proprio dalla Comune Rajneeshpuram della contea statunitense di Wasco. Il supergruppo, nato dagli incontri tra i suoi componenti durante tour e festival, torna a un anno dall’intricata selva di melodie di Gunnera confermandosi non come un progetto di secondo piano, ma come un brillante spin-off delle carriere già affermate di ogni componente. Il cantante e polistrumentista Danny Seim (Menomena), il batterista Bryan Devendorf (The National) e il trombettista Dave Nelson (David Byrne, Sufjan Stevens, Beirut, Saint Vincent) saldano un personalissimo sound senza tornare sulle strade già battute con le rispettive band. Mentra trasloca da Portland a Louisville, nel Kentucky, Seim comincia a scrivere sulla celebre comune fondata da Osho negli States. E lo fa dal punto di vista di un membro. La voce che sussurra versi di universal love ha una consistenza onirica, mentre il sound è dalla prima nota dinamico ed entusiasta, con synth e drum ad incrociarsi e rincorrersi continuamente.

Per suono, passo ed energia, 97741 è l’ouverture più indicata per la trama alt-rock che sfocia nell’indie e nel pop senza mai abbandonare un’attitudine sperimentale. Fraseggi jazz appaiono nella psichedelica The Commune e nell’orecchiabile Sheela, mentre Osho Rising è una traccia strumentale zeppa di loop, trombe e tamburi. Dulcis in fundo, la title-track, vero e proprio gioiello dell’album. Le corde pizzicate all’inizio sono la tensione dell’om e la sua eccitazione; l’apertura corale della parte finale è invece il trionfo del suono e la fine del disincanto. Raggiunte le cinquemila persone, coinvolti gli strati alti della società americana e costituiti i propri teatri, le proprie scuole e le proprie forze dell’ordine, la Comune Rajneeshpuram venne smantellata nel 1985 in seguito a diverse accuse, con Osho arrestato e costretto a tornare in India mentre i seguaci abbandonarono la regione.

Probabilmente Seim scrive anche del personale distacco dalla sua terra natale, l’Oregon, tanto che nella suite di quasi otto minuti si sente l’eco dell’esodo e dell’addio, della separazione e della fine di un’utopia. Our Puram è un caleidoscopio di immagini raffinate e suoni orecchiabili (ma non banali) che scorrono fluidi lungo i 41 minuti di ascolto. Con un approccio leggero e meno cupo rispetto alle atmosfere più post rock di Gunnera, l’eclettico trio Seim-Devendorf-Nelson dà sostanza e concretezza al progetto Pfarmers. Che no, non è un passatempo.

27 Agosto 2016
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