• Lug
    27
    2015

Album

Nero

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Un’opera d’arte, una installazione che diventa anche un disco, in una interazione tra creazione artistica, operazione sociale e finalità musicali. In poche parole, l’artista inglese Phil Collins (nulla a che vedere col più noto musicista) installa all’esterno di un ricovero per senzatetto di Colonia (il Gulliver) una cabina telefonica attiva giorno e notte, presso la quale gli ospiti del centro hanno la possibilità di chiamare chiunque vogliano, parenti, amici, familiari, ecc., a patto di poter far registrare sotto anonimato le proprie conversazioni. Quelle conversazioni sono state poi affidate da Collins ad un manipolo di artisti e musicisti internazionali, che le hanno rese indietro dapprima per una serie di 7” messi a disposizione in particolari cabine d’ascolto per i passeggeri in transito nella stazione centrale della città tedesca, e poi riprese per questa riduzione discografica edita da Nero in doppio vinile più book contenente scritti originali di Mark Fisher e Florian Schneider e la trascrizione di alcune delle telefonate originali. Una operazione ad ampio spettro, come si accennava sopra, e che, a giudicare dai nomi coinvolti e dallo spessore dei risultati non soltanto musicali, si mostra da subito come una delle operazioni “collettanee” più coraggiose e riuscite dell’anno.

Limitandoci all’aspetto musicale, con un parterre de roi che vede sperimentatori e cantanti, vecchie glorie e giovani promesse del calibro di Scritti Politti, David Sylvian, Demdike Stare, Maria Minerva, i nostri Heroin In Tahiti, Pye Corner Audio, Peaking Lights, ecc., si capisce già che il livello è molto alto e, ovviamente, molto vario nelle applicazioni, pur mantenendo una invidiabile unità di fondo. Ci si muove, infatti, tra esplorazioni reiterative di brandelli di conversazioni (Crossed Signals dei Peaking Lights, sorta di minimal-trance in sedicesimo, o Take You Home di Maria Minerva), elettronica ossessiva e oppiacea (Hiss Narrative di Pye Corner Audio, Conversation 192 di Planningtorock), pop-wave gentile e autorale (la Untitled degli Scritti Politti) o di struggente e delicata bellezza (Do You Know Me Now di David Sylvian, Out There di Julia Hummer & Pluramon), visioni distopiche in bassa battuta e alta gradazione visionaria (ALO degli Heroin In Tahiti) e abissi di elettronica nero-pece (Relativity dei Demdike Stare).

Insomma, in My heart’s in my hand… (titolo preso in prestito da uno scritto di Genet) ogni elemento in ballo è di eccezionale fattura, ma è l’intuizione iniziale di Collins a colpire nel segno, lasciando spazi di riflessione sui rapporti sociali, sulla marginalità e sulla alterità che sono di pressante attualità.

29 Luglio 2015
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album

Phil Collins (1970), AAVV

My Heart’s In My Hand, And My Hand Is Pierced, And My Hand’s In The Bag, And The Bag Is Shut, And My Heart Is Caught

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