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    01
    2005

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Monotreme

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Una buona descrizione della musica dei Picastro proviene da Liz Hysen, cantante della band: "Ci sono complessi che scrivono lunghe composizioni orchestrali, mentre altri scrivono brevi canzoni molto personali. I miei brani si trovano esattamente nel mezzo". Una diagnosi azzeccata. Ascoltare Metal Cares, secondo album del gruppo di Toronto, è come improvvisarsi equilibristi e camminare sul sottilissimo filo che separa il folk dal post rock: a destra ci si affaccia sul solito baratro mogwaiano che col tempo si è trasformato in un malinconico camposanto per centinaia di band, mentre sulla sinistra si muovono le placide, ma non meno inquietanti onde che lentamente frastagliano l’oceano dello slowcore di marca Low. E però il viaggio, benché costellato dalle insidiose sabbie mobili del già sentito, alla fine risulta non solo agevole, ma persino avvincente.

Saranno gli arpeggi di chitarra, che crescono col passare dei minuti e ti prendono per la gola lasciandoti quasi senza fiato (Sharks). Sarà la voce disperata della Hysen, che sembra portare con sé il peso del mondo e parla la lingua segreta dei cuori spezzati (No Contest). Sarà quel che sarà, il fatto è che il disco regge bene durante tutta la durata, grazie all’intelligenza degli autori, che non esagerano con certe soluzioni di mestiere e vanno dritti al sodo.

Nessuna paura, quindi, di sporcare la classicità acustica di Skinnies con rumorismi assortiti di lontana appartenenza shoegaze, consapevoli del fatto che ciò che non ti distrugge ti rende più forte (e più emozionante). Anche se non tutto fila come dovrebbe: il pathos e le dissonanze del ritornello di Drama Man, ad esempio, suonano un po' troppo sopra le righe rispetto alla malinconia della strofa, così come l’intermezzo Ah Nyeh Nyeh assume i contorni del riempitivo e non del fondamentale. Ma si tratta di inezie poco rilevanti, che si perdono all’interno di un lavoro dotato di classe e – nei momenti migliori – di rara intensità.

1 Gennaio 2005
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