• Apr
    14
    2014

Album

Pippolamusic

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Uno dei difetti più comuni riscontrabili nella fiumana di nuove proposte è la mancanza di peculiarità, tanto dal punto di vista dei suoni che – soprattutto – dell’interpretazione canora. Di ottime idee melodiche e armoniche supportate da una buona preparazione tecnica ne capitano abbastanza spesso, moltissime delle quali però svalutate da una voce canonica, persino in possesso di buoni requisiti ma incapace di oltrepassare gli steccati del già tracciato in ambito rock, pop, folk eccetera. Una voce che insomma sia QUELLA voce e non altre. Con quella cosa precisa che gli rode in petto.

Ecco, nel caso di Pierre Ferrante invece si va parecchio vicino all’inconfondibile. Il suo è un timbro da chansonnier soul inciampato sul vialetto ghiaioso della bossanova sotto le stelle di un jazz friabile, più esausto che languido, in bilico tra il querulo e lo sfrangiato, comunque sempre abbastanza vitale e nervoso da non farti abbassare la guardia. Non è la sola (gustosa) stranezza nella faretra di questo cantautore autarchico (all’anagrafe noto come Pietro Zazzarini). Le dieci tracce del qui presente You, Babe – secondo album dopo l’esordio autoprodotto Annabelle di pochi mesi fa – smagliano trame bossa e soul alla luce di un folk frugale, cantato perlopiù in inglese (a dispetto dei titoli spesso in italiano o francese) ed inciso in perfetto stile DIY a casa propria (voce e chitarra), ma questa sobrietà strutturale non impedisce l’innesco di situazioni affascinanti.

Vedi la title-track, col testo in francese e gli sfasamenti assieme garbati ed enigmatici come un Fabio Concato posseduto da John Martyn, oppure quella specie di Nick Drake con licenza di svariare gospel de Il profumo, o ancora il Jeff Buckely ipnotizzato Vincent Gallo di Non piangere, per non dire di Ehi, tu – unico pezzo in italiano – che stiepidisce un afflato soul Enzo Avitabile tra quarti di nobiltà malinconica Buckley (stavolta però Tim). C’è posto anche per qualche azzardo, come la fugace trasfigurazione electro/hip hop in Jodie o il trapasso macchinoso tra strofe e chorus di Ora..è, pezzo segmentato fino alla forzatura eppure ugualmente suggestivo.

Un lavoro notevole, quindi, al di là della sensazione d’insolito o – se preferite – dell’aura cult. Resta da capire quanto questa calligrafia possa ambire a dimensione più nitide e compiute, o semmai reiterare se stessa in questo godibile limbo di piccoli budget e bassa fedeltà. Per il momento il consiglio è: scopritelo.

31 Maggio 2014
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