• Apr
    01
    2009

Album

Ponderosa

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Prova a studiare da grande, Piers Faccini. Si produce da sé il fatidico terzo album cercando la polpa del proprio quid espressivo. Scandendo le forme con garbo essenziale, reinventandosi radici piantate nel cuore di un’Africa più mentale che altro, sbocciata attorno alle andature blues, ai fremiti gospel e alle apparizioni jazz. L’influsso Ben Harper è ancora evidente nella rurale intensità di A Storm Is Going To Come, nell’arcaico intimismo di My Burden Is Light e tra le venature orientali di Your Name No More, formalmente diligenti ma melodicamente accademiche per non dire aride, per giunta interpretate con disarmante arrendevolezza.

Se la calligrafia ci guadagna in coesione, evapora ahimé quel senso di imprendibile vaghezza che regalava fascino alle atmosfere di Leave No Trace e Tearing Sky. Magia di cui scorgiamo qualche eco nelle meditazioni buckleyane di Time Of Nought e Save A Place For Me o nel John Martyn trasognato di Who Loves The Shade e The Dust In Our Eyes. Pezzi che testimoniano una visione sonora di tutto rispetto, che promuovono Faccini al grado di musicista vero e proprio, non più quel pittore prestato al mondo delle sette note che sembrava. Tale “investitura” significa anche una normalizzazione, ovvero la capacità – il mestiere – di confezionare ciò che prima sembrava scaturire per chissà quale prodigio.

In ragione di ciò puoi apprezzare la solenne compostezza della title track, i guizzi fragranti à la Paul Simon altezza Graceland di Home Away From Home, il romanticismo laconico tra M. Ward e Rufus Wainwright – archi, cori, glockenspiel – di The Wind That Blows. Vada infine un plauso alla generosa gravità dei testi. Ma quel mistero, quella magia – ahinoi – non ci sono più.

10 Maggio 2009
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