Recensioni

7.3

Impossibile non accostarsi per la prima di innumerevoli volte all’ascolto di A Momentary Lapse of Reason e non interpretarlo come una lunga e obbligata terapia di gruppo i cui protagonisti rispondono al nome di David Gilmour e Nick Mason, abbattuti da un forte stress post-traumatico all’inizio del 1986. Quel lento remare senza meta che scandisce l’incedere di Signs of Life è già emblematico in tal senso: si cercano segnali di vita, in un’ispirazione fino a quel momento mortificata e compressa, pre-fabbricata e imbellettata a mo’ di prodotto di consumo di massa dall’oscuro orco cattivo (nella versione dei fatti del duo).

Nel brano immediatamente successivo in scaletta ritroviamo la voce calda e distesa di Gilmour stesso che si fa portavoce di un gruppo che fino a pochi mesi prima sembrava sul punto di non esistere più, e la sua è un’intonazione finalmente libera, non costretta, in alcuni punti vacillante ma vera e tuonante come non accadeva forse dai tempi di Breathe di The Dark Side of the Moon. Il fatto è che con i Pink Floyd di mezzo non si può prescindere dalla lunga faida umana (e legale) che ha attanagliato il percorso narrativo di una delle band più famose della storia della musica, poiché la loro è la tipica saga famigliare che lo spettatore, l’ascoltatore, il semplice appassionato, non potrà fare a meno di seguire con interesse, prendendo ora un lato dello schieramento ora l’altro, e sperando che alla fine si ritrovino tutti quanti insieme a un tavolo per seppellire l’ascia di guerra e riguardarsi come quei vecchi amici che giravano l’Inghilterra a bordo di una malconcia mezzo-scassata Bedford (come accadde per un breve momento al Live Aid del 2005). Un po’ come parteggiare per il Lato Chiaro ma farsi sedurre dal Lato Oscuro della Forza, sapendo di essere nel torto, ma tutto ciò è comunque irresistibile. A voi stabilire chi sia Luke Skywalker e chi Darth Vader in questa elementare metafora.

Occorre fare un passo indietro, rispetto a quel 7 settembre 1987, giorno in cui EMI pubblicò nel Regno Unito il primo album dei Pink Floyd dopo l’uscita di scena di Roger Waters. Già, e che uscita di scena! Subito dopo la pubblicazione di The Final Cut, nessuno nella band si azzardò a suggerire di intraprendere un tour di supporto al disco. In primo luogo perché era difficile immaginare qualcosa che riuscisse a competere con quanto allestito per il precedente The Wall e in secondo luogo poiché gli attriti interni al gruppo erano ormai arrivati al punto di non ritorno, così come il disinteresse era diventato generale. Ognuno stava già cominciando a programmare il prossimo personale passo in carriera: David e Roger avevano infatti iniziato i lavori per i rispettivi progetti solisti che sarebbero usciti nel corso del 1984. Parliamo di About Face, secondo album di Gilmour (5 marzo), e The Pros and Cons of Hitch Hiking, debutto solista di Waters (30 aprile). Il destino dei Pink Floyd sembrava segnato, tanto che lo stesso Waters continuava a ogni uscita pubblica a sostenere che la band fosse «finita» o che tutt’al più fosse «uno spreco di energie», espressione a dir poco colorita che però non incontrò il favore dei colleghi. Una prima occasione di riconciliazione avrebbe potuto offrirla il Live Aid del 1985, ma alla fine a partecipare fu il solo Gilmour come chitarrista per Bryan Ferry.

David Gilmour durante il Delicate Sound of Thunder tour – Foto: Dimo Safari

 

Il punto di rottura si ebbe quando Roger Waters tentò di rinegoziare il suo contratto con il manager Steve O’Rourke in gran segreto; quest’ultimo, tuttavia, informò la band, portando di conseguenza Waters a pensare che avesse preso le parti di David Gilmour all’epoca delle varie discussioni durante la lavorazione di The Final Cut (dove i componenti della band erano praticamente dei subordinati rispetto all’autore di tutti i brani e le melodie, tant’è che rimane famosa la didascalia che accompagnò il titolo dell’album: «A Requiem for the Post War Dream by Roger Waters Performed by Pink Floyd»). Nick Mason, nella sua biografia del gruppo, Inside Out, racconta di un precedente tentativo di riappacificazione nel 1984, quando i vari componenti si diedero appuntamento presso un ristorante giapponese dove a causa della scarsa padronanza di dialettica, ciascuno ne interpretò l’esito a modo suo: in maniera diametralmente opposta…

Il 1986 si aprì all’insegna di un ottimismo traballante. Ovvero, sia David Gilmour che Nick Mason erano decisi a continuare sotto il segno dei Pink Floyd e intraprendere così i lavori per un nuovo album. Allo stesso tempo, però, la tensione era alta: Waters era al lavoro sul suo secondo album e certamente la stampa avrebbe cavalcato l’onda della rivalità tra le due parti e avrebbe massacrato la band, qualora il risultato non fosse stato all’altezza. In realtà quello che aveva più svantaggi da tutto ciò era lo stesso Waters: era evidente e plausibile pensare che la EMI avrebbe sempre atteso a braccia aperte un album dei Pink Floyd piuttosto che un lavoro solista del loro ex-leader.

Per quello che sarebbe stato intitolato A Momentary Lapse of Reason (un’espressione più che calzante estrapolata dal brano One Slip), fu reclutato il produttore Bob Ezrin, che con la band aveva già svolto un lavoro encomiabile con The Wall; Ezrin, inizialmente era stato contattato da Waters per Radio K.A.O.S. ma alcuni conflitti di programmazione lo convinsero a declinare l’offerta e a rivolgersi ai “rivali”. A quel punto non rimaneva che mettersi alla ricerca di un paroliere, vista la scarsa dimestichezza in materia di Gilmour (About Face era stato tutt’altro che un successo). Il chitarrista si rivolse così a Anthony Moore e Patrick Leonard, mentre fu decisamente ricco il parco musicisti ingaggiato per le registrazioni, svoltesi nel sontuoso studio-casa galleggiante dello stesso Gilmour, l’Astoria: tra questi, oltre a Ezrin, anche Jon Carin, Tony Levin, Tom Scott, Jim Keltner, Carmine Appice e molti altri. C’era solo un’ultima questione rimasta da chiarire e che venne risolta verso la fine delle registrazioni: il reintegro di Richard Wright nella band.

Wright era stato di fatto “licenziato” al termine del tour di The Wall (che già aveva svolto come session man e non da membro ufficiale) e nell’accordo del 1981 era celata una clausola che gli impediva di tornare in forze al gruppo. Così, onde evitare altre beghe legali in quel momento non necessarie, il tastierista e co-fondatore dei Pink Floyd non compare nei crediti dell’album né nelle immagini promozionali che lo accompagnarono (e dove vengono raffigurati i soli Gilmour e Mason).

Nick Mason, David Gilmour e Richard Wright in un’immagine promozionale del tour 1987 – Foto: Dimo Safari

 

Si diceva quindi dell’apertura riservata a Signs of Life, dove i segnali di vita vanno ricercati in quell’armonia perduta di un tempo (si tratta non a caso della prima traccia strumentale della band dai tempi di Any Colour You Like), dove la musica era portante e non soccombeva mai alle paranoie iper-testuali del padre-padrone Waters, e ciascun componente si sentiva parte di un tutto ben specifico. Un fiume in cui remare scrollandosi di dosso i cattivi pensieri, per intraprendere un percorso nuovo, ripartire dalle basi: imparare a volare. Sebbene Learning to Fly si riferisca alla recente passione di Gilmour per il volo (con tanto di licenza ufficiale), è davvero impossibile non essere maliziosi e immaginare un chitarrista ritrovatosi improvvisamente leader di quella band che aveva difeso a spada tratta fin dal suo arrivo e dalla quale si era visto marginato gradualmente nel corso degli anni, da sostituto a colonna portante, a (quasi) session man (basti pensare all’unico contributo offerto in The Final Cut con Not Now John). «Mentre ero solo i miei sensi hanno vacillato / Un’attrazione fatale mi sta trattenendo con forza, come / posso sfuggire a questa irresistibile stretta?», più chiaro di così? Questa malizia verrà confermata dallo stesso autore nel 1992 in uno special per i 25 anni di carriera dei Floyd.

Dopo l’iniziale strumentale e rimando al periodo d’oro della band, un secondo evidente omaggio a The Dark Side of the Moon è contenuto in The Dogs of War, con quell’incedere che la fa assomigliare a una Money traslata nel decennio successivo, quella forma in 12/8 che rapidamente slitta in 4/4, quel blues sporco, il duetto tra la voce e i sax di Scott Page e Tom Scott. Il brano successivo, One Slip (da cui viene estrapolato il titolo dell’album) è frutto della collaborazione tra Gilmour e Phil Manzanera, ancora una volta una lucida e ispirata lettura del presente, delle paranoie seguite alla recente rottura, delle difficoltà di intraprendere un percorso soddisfacente che non faccia rimpiangere troppo il passato ormai definitivamente alle spalle: «Un passo falso e cadiamo giù nel buco / Sembra non occorra nemmeno un po’ di tempo / Una momentanea perdita di raziocinio / Che lega una vita per la vita / Un piccolo rimpianto che non dimenticherai / Non si dormirà qui dentro, stanotte». La chiusura del Lato A è riservata a una delle canzoni più politiche uscite dalla penna di Gilmour (coadiuvato da Anthony Moore). Si tratta di una ballata semplice e complessa allo stesso tempo: cinque accordi in croce ma una ritmica di difficilissima esecuzione, a causa dei continui cambi di passo che la contraddistinguono; un testo che si fa portavoce degli ultimi, degli emarginati, che auspica l’unione tra le persone, la condivisione di un mondo che è di tutti. Una denuncia immediata, diretta “sul voltare le spalle” («It’s not enough just to stand and stare / Is it only a dream that there’ll be / No more turning away?»). Colonna portante della seconda parte di carriera dei Floyd, On the Turning Away sarà uno dei cavalli di battaglia dei successivi tour della band, così come di quelli del Gilmour solista successivo.

C’è lo zampino dei sintetizzatori di Patrick Leonard nella successiva Yet Another Movie, brano posto in apertura del Lato B e che probabilmente “suona” meglio (o se volete più naturale e spontaneo) nella versione live di Delicate Sound of Thunder, dove ai synth ingessati si sostituiscono le tastiere del buon Wright, a donare quell’ampio respiro forse non trovato in sede di registrazione (fatevi un giro sul remix 2019 contenuto in The Later Years). Lo stesso Mason ebbe a dichiarare che A Momentary Lapse of Reason fu «un album molto “guardingo” in cui abbiamo corso pochi rischi […] al punto che non mi sembra abbia sempre il nostro sound». Una riflessione che si addice parecchio all’angosciante dittico di A New Machine (Part 1 e Part 2), dove Gilmour (stavolta autore solitario come non accadeva dal 1972) piomba all’interno di un’allucinazione distorta, un suono inedito per la band, grazie all’uso combinato di synth e vocoder. Ancora una volta il tema è la morte, o peggio la sua invocazione da parte di un uomo stanco della vita, in attesa del riposo eterno da ogni genere di sofferenza («It’s only a lifetime»). Il tutto da una voce che parla da dentro il corpo stesso del soggetto. Le due parti racchiudono Terminal Frost, il brano più “vecchio” dell’album, scritto infatti svariati anni prima, e sostenuto dai sax e dal ritorno dell’Hammond di Wright.

L’album si chiude con quello che probabilmente è l’assolo più intenso di Gilmour dai tempi di Comfortably Numb (e in grado di rivaleggiare con il successivo in Marooned); Sorrow nasce nello spazio di un weekend trascorso dal chitarrista in completa solitudine sull’Astoria, con il testo già in mano ancor prima dell’arrivo delle note. Rimpianto e oscuri presagi si alternano in questo piccolo poemetto sull’inquietudine che diventerà un vero must nei live successivi, da Delicate Sound of Thunder a Pulse, verrà inserita nel best of Echoes, e ripescata per il tour di Rattle That Lock. La stagione del rimpianto sembra passata, con lo sguardo di chi vuole davvero trovare una nuova speranza all’orizzonte.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette