• nov
    10
    2014

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Parlophone

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Avete presente i Pink Floyd di Wish You Were Here? E quelli onirici e progressivi di Echoes? Quelli lì, ad altezza metà anni ’70, in bilico tra liquide jam psichedeliche e ricadute new age, sono quelli che (ri)sentirete, in versione strumentale, nel capitolo conclusivo della gloriosa ragione sociale. L’ultimo lavoro dove tutti e tre (tre non quattro, rimarchiamolo) hanno avuto l’occasione di suonare assieme e darsi l’addio. Già perché senza le tastiere di Richard Wright (scomparso nel 2008) e, soprattutto, senza più nastri sui quali abbia senso lavorare (le rimanenti registrazioni del tastierista saranno probabilmente utilizzate nel prossimo album solista di David Gilmour), la grande avventura dei Pink Floyd finisce qui. Purtroppo senza risparmiarci l’assolo di sax. Accade nel frammento più brutto del disco (e forse dell’intera epopea floydiana), Anisina. Quello in cui l’immagine da “testimoni di Geova” della copertina, curata dall’agenzia di design Stylorougem, interseca perfettamente lo sviluppo romantico e ascensionale della musica.

D’altro canto, l’unico pezzo cantato, si sa, è quel Louder Than Words, scritto da Gilmour e Polly Samson; canzone più che decorosa, che ammette, autobiograficamente, che ciò che la band ha fatto finora, tra gioie e dolori, è più forte delle parole. Il messaggio è semplice e, al netto di tutto lo struggente rogerwaters-paturniame, mette in chiaro ciò che  i Floyd – lato Gilmour – hanno sempre rappresentato. La band che si è fatta odiare dai Johnny Rotten di tutto il globo, i rassicuranti dinosauri del rock, portavoce di una magniloquenza adulta che sempre (e comprensibilmente) ogni giovane di carne e di spirito combatterà fino alla morte.

Potevano risparmiarsi di pubblicare il re-work dei canovacci lasciati da Wright nel 1993, quando i tre si riunirono, per la prima volta da Wish You Were Here, al Britannia Row e agli Astoria Studio? La risposta è sì, nella misura in cui ci si aspettava qualcosa di diverso da ciò che inevitabilmente quest’album è.

Sempre che il mondo ne avesse ancora bisogno, Gilmour non poteva cantare nuove A New Machine o Dogs Of War, ma con Mason aveva il dovere di portare a termine una missione: esplorare le possibilità delle ultime, vive, session della band. Quello che poteva fare (e che è stato fatto) era chiamare in soccorso gli amici Phil Manzanera e Youth, celebrare un addio che funzionasse da catalizzatore umano per due anziani musicisti, riscaldare la fiammella suonando eterni canovacci. E’ da questa angolazione, ascoltando per sentire, che il disco riesce a regalare alcune lacrime autunnali, oltre che morbide e mortifere emozioni (Sum, Skins, Unsung e anche quell’Hawking in Talkin’ Hawkin’). Ci sono dettagli, anche isolati, questioni di arrangiamento e significato, che da soli valgono l’ascolto e l’acquisto (Night Light, Autumn ’68). Poi non manca il troppo “sentito” di una Allons (Y), ma è abbondantemente perdonabile. Su tutto si agita uno spirito vibrante, sereno ma mai domo, di cui non c’era traccia su The Division Bell (High Hopes a parte). Certo, non è tutto necessario questo The Endless River, ma il messaggio arriva (strano a dirsi) senza sovrastrutture, architetture o pianificazioni.

Tutto quello che conosciamo a memoria ci viene riproposto con senile fierezza. Sarebbe stato più patetico qualsiasi altro approccio. Quello giovane, watersiano, in primis. Lasciamo a lui la commemorazione dell’anniversario della caduta del muro e le guerre che ancora sta combattendo dentro e fuori di sé. Questi non sono i suoi Pink Floyd ma quelli di Gilmour, Mason e Wright. Anziani signori di un’epoca andata. Nonni di un rock possibile (che rock da nonni è).

7 novembre 2014
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