Recensioni

7.1

Cosa dire di lei, che con l’ultimo opus White Chalk si è portata tutto a casa, cucendosi addosso un bozzolo di reminiscenze e tremori ancestrali, implodendo nel proprio salvifico Nebraska mentale. Cosa dire di lui, che a forza di costeggiare i margini si è addirittura fatto un giro di amicizie tra quei bravi ragazzi del rock italico, spiriti in qualche modo affini come Cesare Basile, Marta Collica e quel Giovanni “Micevice” Ferrario che non a caso compare in due pezzi del qui presente A Woman A Man Walked By. Disco che segna il ritorno sul luogo del delitto di questa coppia di fatto, una dozzina e passa di anni dopo Dance Hall At Louse Point, intenso diverticolo di due carriere da sempre intrecciate a doppio filo anzi a triplo, vista l’onnipresenza del fido Flood al banco di regia. Nessun incantesimo però: il tempo trascorso si fa sentire, nel bene e nel male.

Di negativo c’è che sembra mancare lo spasmo lancinante, quel senso di abisso emotivo e incongrua necessità che permeava il suddetto predecessore e ancor più il formidabile – e inarrivabile – To Bring You My Love, pietra miliare del repertorio Harvey sfornato dallo stesso team. Correvano però altri tempi, altre intenzioni, altre motivazioni. L’attuale carenza di velleità è sì una mancanza, della quale tuttavia il disco si nutre, covando minacce inesplose, bastandogli il proprio perimetro da attrezzare come un piccolo cimitero minato. Di contro, ci sono due calligrafie che hanno germogliato variazioni misteriosamente armoniche e scontrosamente contemporanee, un impasto talmente affiatato che stenti a credere alla divisione dei compiti dichiarata nei credits (lui la musica, lei i testi).

Ne risulta una scaletta variegata ma organica, quasi un concept dissimulato, che si avvia col rock ingrugnito ma ammiccante di Black Hearted Love (brano che non avrebbe stonato in Stories From The City, Stories From The Sea) per poi sciorinare marcette dolciastre e spettrali (Leaving California, The Soldier), trafelate trepidazioni moderniste (Chair), sgarbi art-punk (Pig Will Not) e arcaicismi folk-blues come zombie zeppeliniani (Sixteen, Fifteen, Fourteen).Sul sostrato di chitarre angolose e terrigne, percussioni cupe, sperse allucinazioni di wurlitzer e piano, dolciastri e angosciosi esotismi di autoharp, Polly dà vita a testi che girano asciutti attorno al senso di perdita, di ostilità, di abbandono, di desiderio e pervadente dolore, modulando la voce con selvatica aderenza ai temi (in April è una flebile fattucchiera, nella title track un’arpia invasata, nel soffice languore di Passionless, Pointless una vestale radioheadiana…).

E’ insomma un disco che agisce fuori dal cono di luce, figlio legittimo di quei due (tre) che nel grande e tribolato acquario del rock alternativo recitano senz’altro il ruolo di pesci grossi, però con la predilezione per le acque più profonde e scure.

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