Recensioni

6.4

Dare del bugiardo a Tim Burgess sarebbe eccessivo. Tuttavia, Cheater dei Pomo Poko non è quel passo in avanti che ci si poteva aspettare. Il quartetto norvegese ha debuttato qualche anno fa con il buon Birthday, che su queste pagine ha ottenuto riscontri positivi. Il secondo album sorprende perché, al posto di virare verso il pop o comunque su strade più lineari, si accartoccia su una schizofrenia accelerata, che inghiotte tutto.

Quando la voce dei Charlatans scrive su Twitter  «se avete un posto vacante per una “Nuova band preferita”, ai Pom Poko farebbe piacere mandare il Cv», non mente, perché al gruppo l’ambizione non manca. Diciamo, però, che per avere qualche chance in più dovrebbe abbracciare una formula più ampliante. Nulla da dire, infatti, sull’incedere della title track o sulle variazioni in Curly Romance. Ma, se ci spostiamo sui territori della più pacata Danger Baby o del turbine caotico di My Candidacy, la ripetitività prende il sopravvento.

Si tratta di una reiterazione sonora, ma anche melodica – proprio quella voce di Ragnhild che sapeva «come ammaliare e sedurre l’orecchio»!  Questa impasse si riflette anche sui testi, quasi tutti impegnati a declinare l’amore e ribadire quanto sia importante essere liberi. Ecco, il consiglio che potremmo dare ai Pom Poko è proprio aprirsi alla novità e non ripiegare sul proprio background, acutizzandone le ridondanze.

Detto questo, va detto che la band ha molto potenziale. Insomma, i due album dei norvegesi ne valgono uno e mezzo; speriamo che il terzo disco faccia quadrare i conti.

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