Live Report

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Hippie fuori tempo massimo lui, col viso dipinto, la camicia a fiori e un paio di pantaloni rosso fuoco; femme fatale lei, con tanto di seconda pelle in latex da maiden dell’heavy metal, stivali viola e lustrini in stile Kiss. Se il rock fosse soltanto una questione di forma, al basso di Ego Sensation e alla chitarra elettrica di Dave W. andrebbe tutta la nostra ammirazione. E invece solo forma non è. Tanto più se ti chiami White Hills, sei una delle formazioni più chiacchierate del momento e te ne esci con una psichedelia hard che invece di trasformarsi in un trip con tutti i crismi – come promesso dall’ultimo, omonimo, album – rimane a tergiversare sulla porta di casa. C’è una batteria possente e animalesca a nobilitare un prodotto altrimenti stereotipato – su disco se ne occupa Kid Millions degli Oneida – e questo è tutto. Nonostante un suono magmatico ai limiti del dolore fisico, un pulsare indistinto di feedback e i soliti wah wah affamati di pose rock’n’roll.

Le ultime direttive in fatto di musica acida vengono rispettate ma ci si dimentica di inserirle in una progettualità seria. Per intenderci, quella che nei Black Angels inventa una successione di spaccati lerci ma credibili, nei Dead Meadow raschia il fondo del barile dei Black Sabbath più onirici, nei Pontiak genera fraseggi granitici e inossidabili. Spogliati dai marchingegni illusori dello studio di registrazione, i White Hills si rivelano per quello che sono: un corto circuito lancinante da due accordi a brano lontano dalla sperimentazione e invischiato in un suono che è reiterazione e accatastamento. E che accontenta giusto quel "rocker" col giubbotto di pelle nera e gli stivali che ognuno di noi nasconde segretamente in cuor suo.

Il confronto con i Pontiak è impietoso. Dove i newyorkesi sono autoreferenzialità e sovrastruttura il terzetto Carney è interplay, affilatura, pulizia, capacità di offrire all’hard psichedelico una chiave di lettura personale e riconoscibile. Nessuna concessione alla teatralità, nessun vezzo estetico, per un immaginario lisergico che sta tutto in quei tre biondini stempiati e barbuti piegati sui loro strumenti. Del resto se un brano come Laywayed posto a chiusura dei tempi regolamentari ci sconvolge anche dopo un anno di ascolti ci sarà pure un motivo; se l’ultimo Sea Voids rientra ancora nella nostra playlist a tre mesi dall’uscita qualcosa vorrà poi dire. Reinterpretare non è inventare, è vero, ma i Pontiak convincono comunque grazie a un’essenzialità che vive per la sostanza, in un live set impeccabile. Nonostante l’ora scarsa di concerto e nonostante un Bronson del lunedì sera con un tasso di presenze ai minimi storici.

9 Marzo 2010
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