Recensioni

7.0

Cento anni fa o giù di lì un gruppo di buontemponi decise di aprire una strana confraternita che chiamò Cabaret Voltaire, e da allora nessuna autorità può dirsi al sicuro dalla propria sostanziale – e sottolineo sostanziale – mancanza di autorevolezza. Ci sarà sempre qualcuno disposto a fare coriandoli del tuo codice morale, dei tuoi punti fermi culturali, dei tuoi colonnati spirituali. Dei tuoi metodi. Dei tuoi manuali. Dei tuoi limiti. Il dadaismo era… No, ok. Tentare di definire il dadaismo è così poco, vabbè, dadaista. Son casi questi che ci vorrebbero tante parole, tantissime, quando già una, una parola soltanto, sembra già di troppo. Quindi, meglio fare un giro più lungo, (r)aggirare la questione. 

Salterei a pié pari un bel po’ di passaggi, anche se magari piacerebbero a quei due o tre che di solito leggono queste pagine, tipo citare le influenze sul cut-up “inventato” da William Burroughs, sulla fregola situazionista del punk, o persino sull’approccio aleatorio di quel mammasantissima di Bowie che assieme a Eno sconvolse piani e prassi in studio con l’ineffabile escamotage delle Strategie Oblique… No, meglio lasciar perdere (ah ah) e passare direttamente a Porfirio Rubirosa, al secolo Giovanni Albanese da San Donà di Piave, di professione avvocato ma nella vita parallela (reale?) cantante, DJ, autore teatrale, speaker radiofonico, performer. Forse perfino: agitatore culturale (ma lui non sarà d’accordo).

Costui – dal nom de plume che rimanda immodestamente al celebre playboy dominicano scomparso nel ‘65 – apre il suo curriculum artistico dichiarandosi “il capo dei dadaisti”, e potrebbe bastare così, ottimo e abbondante. Ma tanto vale aggiungere un paio di cose: come musicista ha un approccio “ironico” alla canzone, ma non è certo un cabarettista innocuo alla Stefano Nosei, anzi il taglio (lo sguardo) denota un’affilatura quasi satirica, come un Daniele Luttazzi che alla battuta verticale predilige l’intrattenimento orizzontale condito con bombe di profondità. È in giro da un bel po’ e non ha mancato di dimostrare un certo talento per le iniziative – tu chiamale, se vuoi, situazioni – che fanno innervosire la pubblica quiete. Ad esempio, nel 2008 è salito agli onori della cronaca fondando il movimento della C.A.C.C.A. (Canzone d’Amore Contro Canzone d’Autore), in rappresentanza del quale ha manifestato davanti al Teatro Ariston di Sanremo in coincidenza del noto festivalone. Risultato: fermato e tradotto in questura dalla Digos. Farà meglio dieci anni più tardi, alzando di una tacca il livello della dissacrazione: dopo il Festival, cosa di meglio della morte? Vale a dire, la propria morte, inscenata sul palco durante un concerto in Piazza degli Scacchi a Marostica. Conseguenze: ambulanza, pubblico in stato di shock, segue dibattito e polemiche roventi. Dov’è il limite, cos’è l’osceno? Insomma, non so se mi spiego.

Personalmente ho potuto verificare dal vivo – al MEI nel 2019 – la brillantezza inquietante dell’approccio sul palco (anche se non era un palco), nonché la conoscenza profonda del più scomodo tra i nostri cantautori scomodi, quel Piero Ciampi a cui nel 2020 – nel quarantennale dalla morte del grande livornese – ha dedicato un doveroso tributo con lo spettacolo di teatro/canzone Piero Ciampi – Te lo faccio vedere chi sono io. Quindi, durante il lockdown, ho assistito alla sua maratona di lettura di Cecità di Saramago, nove ore di diretta Facebook (non me le sono fatte tutte, eh) che probabilmente rappresentano un record mondiale, vai a sapere.

Adesso, durante questa seconda ondata che un po’ è lockdown e un po’ anche no, in mezzo a ‘sta scalatura cromatico/geografica di concessioni che fa tanto nostalgia dei bei Risiko andati, con l’attrito tra opposti convincimenti a surriscaldare l’arroccamento privato su posizioni di interesse pubblico, Porfirio “il capo dei dadaisti” Rubirosa se ne esce con il nuovo disco (è il quarto), un concept album che mette nell’obiettivo nientemeno che: la Bibbia. Già. In dodici canzoni (oh, che numero apostolico: sarà un caso?) questo Breviario di teologia dadaista percorre temi biblici coniugati ai temi e ai crucci del presente, lasciando emergere vizi, tic, cortocircuiti, derive, ossessioni e mostriciattoli vari. 

Vorrei prima di tutto togliere di mezzo la questione della musica: ovviamente non abbiamo a che fare con un innovatore, tanto per capirsi pronti via e ci troviamo ad affrontare uno ska assai potabile, altrove si va di sirtaki, country e rock’n’roll. Forme ben risapute, quindi, ma se non altro è tutto suonato con perizia, a tratti con ricercatezza e soprattutto senza ombra di autocompiacimento (un plauso alla band). Il punto però è che le forme sonore sono elementi di scena, quinte di sketch che costituiscono il bozzolo della performance, per la quale la voce di Porfirio rappresenta il nervo sensibile: è assieme caustica ed esausta, beffarda e vulnerabile, con un’ombra di costernazione sempre pronta a sgranocchiare i margini dell’impertinenza. Detto questo, si consideri comunque che nella conclusiva e fluviale (quindici minuti) Oggi non mi va assistiamo a un folk che rotola con lenta apatia (culturale ed emotiva) prima di sfociare in un raga ipnotico davvero suggestivo (alla cui realizzazione ha contribuito la comunità Hare Krishna di Vicenza), nel quale la dimensione spirituale sembra dissolversi in una nebbiolina nostalgica di se stessa.

Altro aspetto importante: non tirerei in ballo il demenziale. Quest’ultimo pesca a strascico nel nonsense dadaista – certo – ma vive esasperando letture caricaturali del senso comune dal punto di vista del “de-mentizzato”, mentre Porfirio parte da una posizione di consapevolezza profonda, seppur disincantata, e da lì procede per sillogi e racconti sfornando argomentazioni paradossali che mettono in crisi i meccanismi interni del senso. Il suo è un disarmo che, lungi dall’accettarsi e persino be(ff)arsi di sé, si consuma in un alone denso di amarezza. Certo, non mancano battute a effetto, frizzi e lazzi, quindi si sorride spesso e – massì – volentieri, ma è il ghigno di chi vede ombre nel proprio riflesso, macchie scure sulla superficie. 

Non deve sorprendere quindi che nel libretto i testi siano corredati di note esplicative. Già per l’iniziale nonché effervescente Tolomeo perché sei morto – una quasi parodia del celebre Maramao nella prospettiva di quel semplicismo estremo che conduce al più trito terrapiattismo (“Tolomeo, Tolomeo, qui la vita è dura/Per salvarsi ci vorrebbe una nuova abiura”) – vengono tirati in ballo Copernico, Giordano Bruno e Galileo Galilei (anche Ghali, se è per questo), mentre nella laconica La confusione (un elenco di equivoci semantici che infestano il nostro sparigliato quotidiano: “Confondiamo il benessere con la comodità/Confondiamo l’egoismo con la libertà/Confondiamo l’idiozia con la leggerezza/Confondiamo l’apparenza con la bellezza”, eccetera) spuntano citazioni del Dalai Lama e di Jacques Derrida (anche del maestro Yoda, se è per questo), per non dire di A tua immagine e somiglianza, una resa dei conti filosofica (spirituale ed esistenziale) col mirino puntato sulle derive superomistiche diffuse, che sciorina ben 27 (ventisette) note a pié di pagina con piglio a tratti wallaciano.

Non aggiungo altro. Mica è compito di una recensione smazzare tutte le carte che un disco come questo può calare sul tavolo (tenuto conto anche di quelle nascoste nella manica). Casomai, ribadisco: è partita meritevole di essere giocata.       

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