• Lug
    01
    2008

Album

Drag City

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Il quesito è lo stesso che ci siamo posti davanti a fenomeni come
MGMT e Vampire Weekend: miracolati di Pitchfork o nuovi, genuini
talenti di una scena – l’indie rock americano – sì storica e
prestigiosa, ma comunque sempre più dipendente da web e My Space? Il
debutto dei californiani Port O’Brien – anticipato dalle lodi di M. Ward (che li nominò Favorite New Band)
e da tour con Bright Eyes, Cave Singers, Nada Surf e Modest Mouse – non
scioglie del tutto il dubbio, lasciando il giudizio in sospeso. Piace
quell’attitudine fresca alla Bishop Allen (Fisherman’s Son, con begli arrangiamenti di archi alla Love), mista all’esuberanza sguaiata dei citati MGMT (l’incipit corale di I Woke Up Today); piacciono anche i watt nevrotici alla Crazy Horse di RoofTop Song e Pigeonhole, la vena emo-folk alla Conor Oberst di Stuck On A Boat, le carinerie di Alive For Nothing e My Eyes Won’t Shut, e perfino l’indie accorato – e un filo scolastico – di marca Hüsker Dü /Dinosaur Jr. in Close The Lid.

Quello che manca a All We Could Do Was Singnon sono certo le buone intenzioni, insomma, ma una direzione precisa.
O comunque un qualcosa che, aldilà dei temi interessanti esplorati
nelle liriche (viaggi letterali e immaginari, isolamento e
introspezioni assortite, ispirate dalle fredde giornate che il leader
Van Pierszalowski ha passato su una barca da pesca in Alaska), faccia
emergere carattere e personalità a sufficienza. Per fare di meglio, c’è
sempre tempo, ok; ma segnali come questo, se reiterati, potrebbero
cominciare a preoccuparci.

1 Luglio 2008
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