• Gen
    01
    2003

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Domino

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Un gruppo finito, spacciato, irrimediabilmente andato. Così pensavo, fino all’ascolto di questo recentissimo Dark Island, dei veterani Pram. Perdute per sempre le brillanti metronomie (alla Jacki Leibzeit) dell’oramai lontano esordio (The Stars are so big, the Earth is so small…stay as you are, 1993), la band della cantante Rosie Cuckston aveva dato un ultimissimo colpo di coda col modernariato pop di Sargasso Sea (1995). Seguivano dipresso il divorzio da casa Too Pure e il naufragar, per nulla dolce, nella svilente categoria "lounge pesi piuma" di The North Pole Radio Station: classico disco d’intrattenimento sofisticato ma dispensabile. Giunta a tal segno, la carriera dei nostri pareva aver del tutto smarrito il cosiddetto bandolo della matassa. E già me li vedevo, io menagramo, i londinesi a precipitar in rovinosa caduta libera, non trovando freno alcuno, giù giù verso gli anonimi inferi di tanto odierno jazz da cocktail bar.

Questo insperato terzo capolavoro (dopo il debutto e l’album del ’95), mi smentisce zittendomi. Introdotta dal delizioso esotismo strumentale (con la tromba in bella evidenza) di Track of the Cat, Penny Arcade crea, riuscendoci, l’amalgama perfetto fra la fiabesca vocalità della leader ed un elettronica di sottofondo tanto dimessa quanto fantasiosa. Rispetto al passato, anche più recente, s’ampliano a referenti prima inesplorati le influenze della band. Così The Pawnbroker pare una melodia del miglior canzoniere seventies del sottostimato Al Stewart (Orange, 1972 direi). Altra importante caratterizzazione stilistica del sound d’assieme, l’uso modale delle tastiere secondo il trascurato magistero del Richard Wright di Ummagumma o A Saucerful of Secrets (ponete attenzione alla già citata The Pawnbroker o a Scirocco). Un retrogusto orientale s’insinua, per questa via, in molte di queste canzoni. Paper Hats vivacizza invece la scaletta e si consuma gioiosa nel breve volgere d’un mentre.

A saper ben ascoltare potrebbero essere ancora i Pink Floyd, quelli di Biding my Time stavolta, ad imporre il paradigma per una canzone di consumo malinconica e jazzata. Trasformando il piombo in oro, i Pram tramutano tale sbiadita formula musicale in pura alchimia.Ad imporsi, nella seconda parte del programma, è il lato più sperimentale di questi musicisti: ne fa fede l’ennesimo strumentale, Scirocco (concentrica girandola jazz bruciata da un sommesso vento d’elettronica sahariana) oppure il carillon "canterburiano" di The Archivist (componimento sovrarrangiato ma per nulla appesantito: un piccolo capolavoro di buon gusto). Le capacità forse più notevoli del pra(g)m-atismo dei nostri consistono nel dar fuoco alle polveri pop d’ogni canzone senza mai ricorrere ai volgari combustibili delle musiche commerciali e di consumo (se non per nobilitarli). Eccezionale in tal senso, Goodbye, liquidescente lisergia che irradia luce nel mood rabbuiato di questi solchi.

Chiudono un’opera nient’affatto minore Distant Islands e Lee Ward, rispettivamente il pezzo più regolare dell’ellepì (una ballata) ed uno strumentale d’ambiente stile Dead Man (mai troppo ascoltata colonna sonora del film musicato da Neil Young). Appassisse ancora una volta all’improvviso, il bocciolo dei Pram lascerebbe stavolta d’attorno il suo penetrante olezzo: quando la sera si fa notte è questo il suo poetico, inconfondibile profumo. Inebriante.

1 Gennaio 2003
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