Recensioni

C’è stato un frangente, era la metà anni Novanta, in cui ci si è
volentieri fatti illudere circa l’eventualità per la quale suonare
geniale potesse richiedere il solito utilizzo di tre corde di basso due
di chitarra un charleston ed un rullante. Era il 1995, e vedere tre
allampanati ragazzotti di Seattle cantare, con spiccato senso
dell’umorismo, di pesche, gatti e vita in campagna senza che indosso
avessero orribili camicie di flanella a quadri è stato un po’ come
respirare una boccata di aria fresca dopo l’overdose di depressione e
tormento. Ma la parabola ha finito per inarcarsi ben presto, a partire
da un secondo album abborracciato sulla scia dell’inaspettato successo
e giù giù, tendente a zero, fino ad arrivare al recente These Are Good Times People, di cui potete leggere impietosa recensione. E’ una tendenza che si percepisce, chiara, anche nella scaletta proposta dai Presidents Of The United Statesnell’unica data italiana allo Spazio211, costruita su un matematico
alternarsi di hit del passato remoto e brani del recente, non proprio
glorioso, passato prossimo. La voglia di imbastire un “rock party
è onnipervasiva e genuina, non foss’altro perché i tre (Andrew McKeag
sostituisce Dave Dederer alla seconda chitarra già da qualche anno),
non proprio più dei ragazzini, dimostrano di possedere, invariato,
l’entusiasmo degli esordi e una carica live che pare essere innata. Ma l’abisso che separa una Black Porch, una Kitty o una Peaches,
veri e propri dispositivi di viaggio nel tempo, dallo scialbo pop-punk
adulto (ma invecchiato assai male) degli ultimi lavori è sin troppo
tangibile e trasforma quello che doveva essere un lungo, ininterrotto
party rock in un’altalena di sorrisi quasi ebeti e visi ammusoniti.
Trascurabile l’intrattenimento da electro-rock cabaret di Kid Carpet, ad apertura di serata, tra breakbeat e cantautorato storto e demenziale.

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