Live Report
Dal 29 Maggio al 31 Maggio 2008

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Chi conosce e segue il Primavera Sound sa bene cosa aspettarsi. Noi di SA, monitorandolo ormai da anni, ci siamo gustati nel tempo una carrellata di musica tale da consentirci di avere in mano – nelle orecchie, in testa – un andirivieni dei pilastri dell’indie e del suo contesto, con brecce di mainstream, grossi nomi di ieri, languori da reunion accanto a emergenti dell’anno prima che hanno avuto più o meno risonanza nel nostro piccolo mondo antico. Un equilibrio che vive di bilanciamenti; in un cartellone mastodontico come quello del festival barcellonese non possono mancare parziali delusioni – diciamo in primis la serie di set tecnho con Ellen Allien come portavoce non proprio entusiasmante – ma neanche, allo stesso tempo, i gig che cancellano quelle perplessità e ristabiliscono il più classico giudizio positivo.

Premesse che sanno di smentita, vero? In effetti in un apparato impressionante – per organizzazione, cura della resa audio, colpo d’occhio dell’insieme – come quello del Forum di Barcellona non si tace la mancanza del vero colpo “da” Primavera Sound, i My Bloody Valentine; se avessimo dovuto additare un festival che li riuscisse a stanare non avremmo avuto dubbi nell’indicare l’evento catalano; ma non vogliamo proseguire su questo livello del “chi c’era” “chi non c’era”, se non per segnalare una stanchezza nella programmazione, un paio di inciampi nella definizione della scaletta che hanno significato ripetizioni – anche quest’anno gli Shellac, anche quest’anno i Dinosaur Jr. – e un “errore” che è forse una “scelta” su cui ragionare.

Ci riferiamo alla divisione abbastanza netta per genere in base alla quale sono stati distribuiti i concerti nei – ben – sei palchi (Auditori compreso); qua l’indie più giovane e fresco – coi Vampire Weekend, off course, pur ancora da rodare dal vivo; là i residui math e post – Shipping News su tutti, che ci hanno ricordato sia certe escrescenze metalliche della ultima reunion Slint, sia i rumori dei primissimi Ulan Bator; su la programmazione dei nomi altisonanti; giù il palco dedicato al rock più sanguigno – con il metal psichedelico dei Boris tra le prime band a essersi esibite. In sostanza questa segmentazione ha comportato sovrapposizioni che un po’ hanno dispiaciuto – che so, chi è in grado di decidere se vedere i Devo o i Polvo (davvero ancora ammirevoli le conversazioni tra quelle due chitarre), o di rinunciare in coscienza ai Mission Of Burma per godersi i concerti a “teatro”? Ma non solo; abbiamo citato tale scelta come errore per non sentirci del tutto esclusi dal target di riferimento degli organizzatori, perché tutto questo ci parla della considerazione entro cui è tenuto l’ascoltatore, “il pubblico pagante”, che è all’opposto della trasversalità critica. Detto altrimenti, la divisione degli stage è anche una tipologia in vari tipi di pubblico secondo dei gusti definiti e non secondo una cultura della varietà che è il vero valore aggiunto del festival; e ciò va contro quell’arte del bilanciare per cui il Primavera è quasi diventato proverbiale.

Eppure – e come sempre, dicevamo, perchè negarlo? – anche questa edizione 2008 ci ha dato le sue soddisfazioni, alcuni spunti con cui emergere dal chiacchiericcio. Partiamo da quei nomi che risuonavano nell’elenco come i più conosciuti. Nella serata di giovedì, per esempio, la focalizzazione post-hip-hop ha giocato su revival come De La Soul – che ci hanno fatto una lezione di “contesting” – e una autocelebrazione davvero ai limiti della autoparodia involontaria dei Public Enemy– intro di venti minuti dove il dj sta al passo dub-step coi tempi, e gran esecuzione (rock e funk, in alcuni frangenti) del loro It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back, in occasione dei vent’anni dalla prima uscita; davvero sorprendente (alla lettera) il cammeo di Chuck D durante l’act seguente dei Portishead, il primo dei due previsti; inserto che arriva proprio in mezzo a Machine Gun, prima dell’ingresso del moogito del synth; la sera dopo, all’Auditori, il brano ci sembrerà meno riuscito – forse perché tutto il resto sembrerà praticamente perfetto -, ma nella sua prima esecuzione si capisce quanto sia davvero nevralgico nell’economia dei nuovi – e vecchi – Portishead, così come risulta evidente – e ciò chiude il cerchio – la scuola post-punk con cui Barrow suona la sua chitarra.

Passando a qualcosa di completamente diverso, e slittando via dalle conferme, vanno menzionati gli Health e la loro percussività New Tribal americana molto newyorkese – nonostante provengano dalla California – che ci ha fatto pensare ancora una volta alle provenienze no-wave dei Liars; ottima prova anche per Caribou, che con una band dietro riesce a convincere e a mostrarci come il suo approccio all’accumulazione imparato con il laptop possa essere applicato efficacemente a strumenti suonati, batteria doppia inclusa.

Del venerdì ci ricorderemo sicuramente due delle poche nuove attese, dove per nuove intendiamo uscite nel 2008; sono innanzitutto i Fuck Buttons e i loro crescendo che, ne abbiamo parlato proprio in questo numero, riescono a confortare e alienare insieme, saturare di rumore e cullare lasciando un retrogusto di morbidezza melodica. Il trasporto viene letto nelle facce dei presenti; la chiave, ne abbiamo l’ennesima conferma, è psichedelica, sicuramente più che per gli Holy Fuck, semmai krauti e invidiabilmente energici – in grado di far scoppiettare ancora qualche esultanza davvero a fine serata (ore 4:30, per essere precisi). Il giorno dopo – l’ultimo – si decide di privilegiare l’offerta Auditori, vista l’esperienza della sera prima con il bis Portishead. La piccola nostalgia che accoglie gli Young Marble Giants è in realtà subito cancellata dal loro essere uguali a trent’anni fa, ancora oggi quasi spaesati dal loro ruolo di pionieri Rough Trade. Le parole che Reynolds ha speso per loro risuonano nel loro accento, nei loro vestiti, nelle loro anti-pose, nella delicatezza con cui ridanno vita a Colossal Youth e poi lasciano il palco, applauditi ma volontariamente improbabili nel intascare adesso gli oboli di chi ha tratto insegnamento dai loro bozzetti di post-punk pastorale.

È parecchio strano pensare, a concerto concluso, che il loro posto sarà occupato subito dopo da Genesis P-Orridge e soci. Ma prima di parlare dei Throbbing Gristle, e concludere, per i motivi che esporremo, ci preme fare una piccola parentesi su uno dei molti eventi e concerti che hanno avuto sede – sempre all’interno del Primavera – fuori dal Forum. Aspettavamo infatti di vedere dal vivo anche David Thomas Broughton, che si è esibito in un parco vicino alla centrale Placa d’Espanya, davanti a un chiosco, tavolini e sedie da esterno, pubblico non pagante. Ha colpito all’istante dell’inizio della sua esibizione proprio la dimensione performativa del giovane folksinger (!) inglese, tragicomico, semiserio, poseur con una vocalità che, dal vivo, è indecidibile se più vicina a Anthony o addirittura a Elvis. Coltiva l’ambiguità, il nostro, usa i loop minimalisti del suo folk (e del cellulare, persino di un tamagotchi!) a volte come semplice cornice del suo act, dove una cultura maniacale del frammento sovraesposto lo porta a iniziare una azione e non portarla mai a termine – in contraddizione virtuosa con il prolungamento potenzialmente infinito del tempo “sospeso”, indotto dalle tecniche minimaliste usate.

E se di “controllo” si parla, di tempo, di spazio, ma soprattutto di corpi, è proprio l’“industrial music for industrial people” che ci aspetta qualche ora dopo che lascerà davvero il segno in questo Primavera. Non è rincuorante che questa piccola palma debba essere consegnata a una band (difficile azzardarsi a chiamarla così, in effetti) attiva da trenta e passa anni; ma non è colpa delle nuove leve se i Throbbing Gristle ci hanno spiegato, in un modo che solo loro forse riescono a fare, che cos’è il biopotere. Un live che è cresciuto a partire da un inizio di industrial quasi ambientale, per poi culminare nella proiezione di After Cease To Exist, storico video (data 1976) delle COUM Transmissions, che mostra – fuori tempo massimo, direte voi – il celebre filmato di una castrazione. Semplice operazione ma di un’intelligenza cristallina, perché mentre gli occhi si difendevano dalla crudezza della proiezione le frequenze della musica iniziavano a lavorare sul nostro malessere fisico, per poi, terminato After Cease…, dare ai presenti – che nel frattempo stavano abbassando lo scudo dell’attenzione, associando alla visione il capro espiatorio del bad trip – il colpo di grazia; mai definitivo, sempre sul filo del dosaggio farmaceutico della catastrofe sensoriale e psicofisica.

Usciti dal concerto ragioniamo sull’arte e sulla resistenza che essa deve richiedere al pubblico. Il resto della serata sarà inevitabilmente condizionato dall’estrema esperienza subita, e dagli infiniti argomenti di discussione che ci ha fornito; uno tra questi va a sottolineare che niente di tutto questo sarebbe stato così intenso senza l’impianto da applausi dell’Auditori. Valga per una volta sola l’espressione “tanto di cappello”, a un accorgimento che dovrebbe essere scontato, in un festival musicale, ma a cui siamo sempre meno abituati.

6 Luglio 2008
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