Live Report
Dal 27 Maggio al 29 Maggio 2010

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Come dicevamo nel live report di Dissonanze, anche il Primavera Sound arriva trionfalmente alla decima edizione, e lo fa con ben altri numeri e sorprendentemente ancora senza l’aiuto di facili marchette. Quelle che invece sono da sempre il pane quotidiano di gran parte della concorrenza, a partire dai grandi Festival inglesi per arrivare al nostrano Heineken Jamming. Il popolo dei jeans e delle sneakers che il mercato manco considera (e che in Italia si ritrova ancora in qualche club illuminato semplicemente perché esistono ancora impresari disposti ad andare in perdita) totalizza in un posto come il Forum di Barcellona una massa impressionante di presenze, tanto che viene da chiedersi come avranno fatto gli organizzatori ad aggregare più di centomila persone sublimando un trend crescente e senza i soliti Muse, Black Eyed Peas e Green Day.

Il segreto è stato, ancora una volta, intersecare lo spirito dei tempi (il mood dell’attuale generazione) con il marketing, capendo in primo luogo che nell’era di internet, diversamente da quanto accadeva ai tempi dei Nirvana, il mercato discografico è composto da un’innocua miriade di pescetti alienati che sommati possono spostare grossi numeri, magari sotto il vessillo intergenerazionale del post-punk. Il resto poi, è tutt’uno con il contesto: un auditorium all’altezza, una location adatta ai grossi numeri e una città come Barcellona che t’accoglie come nessuna città Italiana potrebbe fare.

Dunque una decima stagione trionfale in termini d’incassi e forza innovatrice ma anche un’edizione che inevitabilmente paga pegno da certi punti di vista: le lamentele dei frequentatori storici per la mancata possibilità di tracciare la solita maglia di frecce e freccette tra un concerto e l’altro (meglio decidere di volta in volta quale live-set abbandonare a metà per non perdere l’altro in contemporanea); un po’ di nostalgia per le vecchie edizioni, in cui un concerto nel palco dell’ATP – da circa cinquecento persone – non era una calca assurda; la perdita di lungimiranza nello scouting di nuove leve a cui si è preferita una consolidata politica di riconferme (vedi Shellac, Polvo, cricca Animal Collective, Wilco, Built To Spill ecc.); l’assenza della più attesa reunion dell’anno, i Roxy Music, finiti invece al Sonar (risorto quest’anno nella doppia veste catalana/galiziana); la cancellazione degli altrettanto mitologici – per i cultori dell’elettronica – Seefeel.

La manifestazione non ha comunque mancato di sfoderare i contatti più influenti, mettendo nello stesso cartellone due pezzi da novanta di diversissima estrazione. Da un lato i riformati – dal 2008 – Liquid Liquid, la cui performance ha ricordato a tutti – e non ce n’era bisogno – di quanta farina del loro sacco ci fosse dietro alle produzione funk/dub di DFA / Lcd Soundsystem e !!!, quanto il basso slappato di Richard McGuire anticipasse di fatto il crossover tutto (Red Hot Chili Peppers, Primus, Living Colour, Rollings Band…) e come si possa passare agilmente da un canto No Wave a una festa irresistibile di percussività secchissima. Dall’altro la cara e vecchia America di una volta tra Gershwin e ragtime di Van Dyke Parks (l’uomo dietro al mito dei Beach Boys) accompagnato da tre membri dei deliziosi – e un tantino troppo canonici – Clare And The Reasons. In pratica, l’arrangiatore ideale per tanti contemporanei, tra cui i qui presenti Grizzly Bear la cui performance ha avuto qualche problema per via della dimensione lirica del quartetto non proprio compatibile con la fame di ritmo del pubblico dell’anfiteatro.

Pollice verso inoltre per le Cocorosie, inadeguate quanto i citati newyorchesi e per gli stessi motivi; fastidiose le Slits, con Ari Up convinta di aver davanti i rasta del Rototom Sunsplash in un deludente set reggae dub con tanta retorica e bassissimo tasso punk; pessimi gli Orbital, partiti bene con Satan e finiti a scimmiottare gli anni Ottanta (!); antipatico l’egocentrismo e l’eccesivo struggimento magic folk di Florence, a piedi nudi con la The Machine a pomparle dietro; inutili gli autocelebrativi Major Lazer; impiegatizi i Pixies dopo cinque anni di reunion; un po’ tronfio il crooning di un emozionato Marc Almond; pretenziosa la posa avant, con il classico abbinamento laptop+chiarra, di Panda Bear.

Promosso invece Owen Pallet, con il suo violino pizzicato, i campionamenti live assortiti, la cover di Caribou (Odessa); semplici ed efficaci gli XX che a Barcellona trovano la giusta via espressiva tra le proverbiali insicurezze; spassoso il glo e surf rispettivamente di Delorean e Drums (trionfo per Let’s Go Surfing; divertentissimi balletti onstage); ottimi gli inserti suonati da in The Field; ritrovati i Superchunk; attesissimi e inevitabilmenti classici i Pavement, in un best of tra i più applauditi (e cantati) dell’intero festival.

Spassoso, inoltre, il concerto/spettacolo dei Pet Shop Boys con scenografie coordinate tra ballo, video e abbigliamento unito dal doppio tema eighties e pixel, in un gioco di specchi d’ironia queerness. Cool – è il caso di dirlo – il set di Cold Cave con i loro synth revival del suono di Sheffield e Manchester e coriacei pure i nuggettari Thee Oh Sees.

Pochissime le performance veramente memorabili, che comunque non sono mancate: Mission Of Burma, Shellac – ma di loro vi dicemmo già gli scorsi anni – e soprattutto Beach House, decisamente al massimo della forma e ispirazione. Quest’ultimo, a pensarci bene, il concerto da annali del Primavera.

21 Giugno 2010
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