• Apr
    20
    2004

Album

Columbia Records, NPG Records

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Per chi come me nei primi ottanta era troppo giovane o troppo fuori coordinate per apprezzare il sapore madido e pulsante della black music, Prince fu la crepa nel muro del giardino delle delizie: in lui e attraverso di lui osservavamo quel mondo ignoto fatto di corpi che suonavano inebriandosi di spirito e carne e tempi convulsi.

Sì, con lui era possibile perché imbastiva una specie di recita da bianco che giocava a saperne più dei neri, la sua musica accadeva vicinissima pur arrivando da molto lontano e da più direzioni: un meticciato di soul luccicante e wave affilata, funky al neon e asprezze rock, imponderabile frankenstein James BrownTalking HeadsJimi Hendrix più ritagli e frattaglie indefinibili e varie.

Insomma, quello che ha fatto il Prince degli ottanta è così tanto che credo ancora debba essere compreso fino in fondo, per quanto molto e anche moltissimo se ne sia scritto e parlato. Poi, a dire il vero, ciò che ha combinato dopo – negli scellerati anni novanta – me lo sono fatto scivolare addosso senza che lasciasse né tracce evidenti né persistenti. Insomma, l’ho abbandonato senza che mi sembrasse affatto una gran perdita. A ragione? A torto? Boh.

Lui intanto aveva smesso di farsi chiamare Prince, intrapreso una lunga ricerca sulle tracce di se stesso e di una casa discografica esente da vampiri: velleitari ambedue gli intenti. Ecco, devo confessare che da vecchio "princiano" infedele che nel frattempo ha imparato ad adorare la black music (anche grazie a lui), non mi sono dato cura di reperire ed ascoltare quel The Rainbow Children (2001) che pure tanta buona considerazione si guadagnò tra gli addetti e i fans. Chiedo venia, rimedierò.

Rimedierò senz’altro, anche in virtù del rinnovato entusiasmo che mi procura questo nuovo Musicology – il ritorno targato multinazionale dopo cinque anni, tanti sono trascorsi dal travagliato Rave Un2 the Joy Fantastic: vi alberga infatti un buon programma, vario e divertente, teso al punto giusto ovvero privo di quelle tensioni esistenziali che tanto danno fecero in passato riflettendosi in arrangiamenti capricciosi, ipertrofici, autoreferenziali.

No, qui l’intento (dichiarato) è ripercorrere il sentiero dei padri, qui l’artista un tempo conosciuto come Prince indossa il costume da Prince punto e basta, la genialità già ampiamente dimostrata e quindi più nulla da dimostrare se non se stesso vivo e vegeto, la barra puntata verso il genere musicale più eccitante e smorfioso che ci sia.
Risultato, niente di clamoroso. Buoni spunti melodici, ma niente che faccia tremare le fondamenta erette sui 1999 e sui Purple Rain, sugli Around The World In A Day, sui Parade e sui Sign O’ The Times.

Quelli ce li andiamo a riascoltare ogni tanto godendone come è giusto e inevitabile, questo ce lo ascolteremo nei mesi a venire perché l’estate ha bisogno di mani che battono il tempo (la tumultuosa veemenza di Life Of The Party, il funky-rock stolido con strappo freejazz in coda di If Eye Was the Man in Ur Life), di culi che s’agitano sulle poltroncine (tanto sulla sbrigliata sinergia basso-drumming di What Do U Want Me 2 Do? quanto sulla strategia killer – ritmica legnosa, riffettini di corde e tastiere come se piovesse – della title track, ma anche sul rock in purezza e facilone di Cinnamon Girl), di cuoricini sprimacciati da soul-cecchini (s’infila dritta nei ventricoli l’icastica Call My Name, gronda ludibrio bluesy la falsettata On The Couch).
E, perché no, ben venga questo Prince pacifista e sdegnato, fautore della più politica – che io ricordi – delle sue canzoni (il funky soul Dear Mr. Man, come un James Brown sotto bromuro, categoria canzoni-non-geniali-ma-necessarie), così come del curioso conato feminista The Marrying Kind, blues-rock dalle curiose derive soul-prog introdotto da un recitato femminile in italiano (?).

Semmai il fuoco dell’attenzione potrebbe dedicarsi al suono di quest’ultimo Prince, perché a tratti sgorga fisico e fibroso come non mai, grazie anche ad una band evidentemente ben assortita e affiatata (c’è anche John Blackwell, ex Funkadelic, ai tamburi) : vi bastino le corde slappate e stoppate di Illusion, Coma, Pimp & Circumstance, dove anche la voce di Mr. Nelson s’indaga ruvidezze alcoliche e la sezione ritmica è un asciutto peana di sincopi e quadrature.
Chiude una Reflection che è ballata classica folk-soul, classicamente dimenticabile ma appropriata, si guadagna la pagnotta che quasi non ti accorgi e in fondo arrivi anche a volerle un po’ bene. Come a tutto questo Musicology del resto, a cui gli antichi fans si affezioneranno subito, a cui i simpatizzanti potranno rivolgersi senza timore. E i neofiti chissà, ma forse pure loro, perché no…

1 Aprile 2004
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