• Nov
    01
    2012

Album

Paw tracks

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Tanto erano credibili i paralleli fra le assurde personalità – background in una comune Hare Krishna, letture e manifesti prodigati da pozze di sangue, esorcismi di gruppo su VHS – e le rotelle altrettanto fuori posto rinvenibili nel melt di psych, raga/free-folk e now-age, fino a Shadow Temple (2010) di dubbi ne avevamo pochi: il trio dietro al progetto Prince Rama c’era ben più di quanto ci facesse, nel senso che faceva quel che faceva perchè quella era la natura alla base.

Soltanto un anno dopo, ecco la fuoriuscita di Michael Collins, con la band che diventa appannaggio esclusivo delle sorelle Larson e il deludente Trust Now a farci annusare una deriva terzo/quartomondista da freak sfattone che di colpo appariva un po’ forzata. Ora, infine, il terzo lavoro su Paw Tracks a consolidare tale deriva, con l’aggravante di un’apertura ad uso e consumo di un pubblico sempre più vasto (e modaiolo) che affossa ogni parvenza di attitudine del tutto non calcolata.

Tops 10 Hits Of The End Of The World è concepito come un souvenir post-apocalittico, ovvero una pseudo-compilation di singoli firmati dalle dieci band (fittizie) che stavano ai vertici delle chart prima di perire allo scoccare del giorno del giudizio. Il concept non è nuovo (Sonny Smith aveva già gestito artisti immaginari nel suo 100 Records) ma risulta comunque interessante e di grande potenziale, specie se messo in prossimità del responso della profezia Maya e in balia di due menti malate come quelle di Taraka e Nimai.

E infatti tutto il corredo del disco è un capolavoro demenziale: cover ultra-goofy a parte, per ogni band – tra cui spiccano nomi come Taohaus, Hyparxia e I.M.M.O.R.T.A.L.I.F.E che già di per sè meritano – ci sono anche le press photos, i tag di genere – motorcycle rock, new-wave grunge, ghost-modern glam, etc – e delle bios che, fra culti erotici infiltrati nelle disco underground ed act generati al computer, sono tra le cose più divertenti ci siano capitate per le mani di recente.

Lo stesso non si può dire del contenuto musicale. La buona resa della mossa volta all’immediata appetibilità attraverso la diluizione dei tratti ricorrenti – droni arabeggianti e new-age, blend di cheesy-disco e goth-rock, percussioni tribalissime e riverbero cosmico – regge soltanto per quattro pezzi, scadendo poi in un pasticcio di generico, scarsamente ispirato retro synth-pop, tra imbarazzi bollywoodiani (Radhamadhava) e nostalgie lato Bananarama (Exercise Ecstacy). Non solo: col volgere al termine di So Destroyed – appunto la traccia #4 – va a perdersi anche un qualsiasi contatto con l’idea di fondo, sia per la varietà di proposta – ben inferiore a quanto implicitamente richiesto -, sia per la assenza di ulteriori episodi che ne rinnovino il “panico concettuale”. Per intenderci, quanto egregiamente fatto dai canti meta-rituali dell’opener Blade Of Austerity e della contigua Those Who Live For Love Will Live Forever. Per le Prince Rama è un’altra occasione sprecata.

22 Novembre 2012
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