Recensioni

7.5

Troppo pesanti per i ragazzetti dell’indie e al contempo troppo indie per i ragazzetti che si spingono su roba forte, i Pulled Apart By Horses festeggiano nel 2017 nove anni di formazione, di cui sette già passati dall’omonimo esordio che aveva regalato loro un bagno di successo sulle riviste musicali di maggiore influenza. A marzo di quest’anno è venuto alla luce l’ultimo, nonché quarto lavoro firmato dalla band post-hardcore anglosassone, The Haze, composto da dodici brani che sembrano non aver subito eccessivamente l’ondeggiare in avanti del tempo, memori della freschezza dei primi passi di Hudson e soci in un mondo che vuole essere – ed effettivamente è – una valida alternativa a quello del gettonatissimo mainstream.

Non a caso il sound qui si rifà alle radici dei PABH, grezze, senza filtri, con quell’attitudine acuminata e lungi dal politically correct, anche grazie a un lavoro ad hoc del produttore Ross Orton (già collaboratore di Arctic Monkeys e Drenge), che si è mostrato da subito molto incline ad imprigionare nelle tracce l’esperienza live che scaturisce dalle sessioni del gruppo. Auto-esiliatisi in un cottage isolato del Galles, i quattro hanno contribuito in modo democratico a The Haze, senza risparmiare sullo spazio da destinare al nuovo acquisto Tommy Davidson: un batterista totalmente differente (e soprattutto più energico) rispetto al vecchio compagno Lee Vincent, senza il quale le dinamiche dei pezzi non sarebbero state mai efficaci al punto giusto.

Le diversità hanno quindi premiato i PABH, che con l’apertura omonima del disco sparano a mitraglia riff forti e vocalità coinvolgenti per destare immediatamente l’interesse dell’uditorio; il singolo di punta The Big What If mantiene il filone orecchiabile in maniera brillante, seguito dalla sporcizia di Hotel Motivation e dal riff scheggiante e quasi prog di Prince of Meats, in cui la batteria diventa protagonista. Flash Lads ridicolizza il mondo circostante ricordando il debutto sprezzante e spietato della band, Moonbather esplode in echi e in ritornelli che viene spontaneo cantare a squarciagola, My Evil Twin sembra omaggiare i primi Nirvana.

Se qualcuno avesse pensato che il rock britannico degli anni 2010 potesse essere in qualche modo defunto, ora dovrà ricredersi davanti a un album ben più che godibile: un disco magari nato con una prospettiva solida e di maturità, ma che non si fa scrupoli ad assestare calci nel fondoschiena.

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