Recensioni

Il Festival Beat è un mondo a sé. Vive di riti, di facce. Qui si sorride. E’ un’istituzione che risplende fra le antiche rovine della Salsomaggiore Terme che fu e di cui rimangono solo i residui: il lusso abbandonato ovunque, una certa alterità negli sguardi e nelle architetture, l’estate che non finisce mai, un tempo andato incapace di morire, di riciclarsi, una certa, affascinante desolazione. Salsomaggiore è un momento passato continuamente rivissuto, è un intero lettore mp3 capace di suonare solo Edoardo Vianello. Eppure il Festival Beat è capace di riprende(rsi) ciò che ancora ci smuove di quel passato: una certa musica, una certa attitudine. Da conservare, da ricordare.

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Per i più temerari ci sono i ruvidi concerti al Devil’s Den nel tardo pomeriggio. E ancora djset in centro e devastanti feste hawaiane in piscina, litri di mojito e sguardi ciondolanti, aperitivi ovunque (da segnalare la presentazione della neonata rockzine Sottoterra, progetto da tenere a mente), dunque amarcord ovunque. E ancora l’area live a Ponte Ghiara fra mercatini vintage, memorabilia, caldo asfissiante, e tanti, tantissimi dischi.

La prima vera giornata di concerti di questa edizione, pardon, del Festival Beat volume 23, ha avuto come indiscussi protagonisti i Radio Birdman, alfieri australiani di un garage rock figlio di quella Detroit e di un certo punk seminale, senza tanti compromessi. Ma non dimentichiamo chi li ha preceduti nella line up. Il prezzemolino Urban Junior, one man band impegnato, con il suo blues acidissimo, a tenere alto il morale fra un cambio palco e l’altro. Risultato? Il morale era molto alto. Ad aprire le danze hanno pensato i francesi Les Grys Grys, anacronistici al limite del maniacale, beat puro, antipasto che già sazia. E’ il turno poi degli svizzeri The Monsters, la cui via è indicata dal ciuffetto solitario del Reverendo Beat Man e dalla sua voce tagliente. E’ già tardi, si va di Birdman.

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Istantanea extramusicale come premessa: Rob Younger è una danza continua, disconessa, un Iggy Pop infinitamente effeminato, infinitamente unico. La sua vociaccia tiene meravigliosamente duro, il viso scavatissimo, occhi persi in Australia. Annega, annaspa, rincorre se stesso e si trattiene, saltella, gli occhi piccoli, le rughe ovunque, inermi, andate pure loro, e quelle braccia scollegate dal cervello, a tempo con tutto il resto. L’attacco è da schiaffi, Do the Pop (mini bignami del garage rock, così, già in apertura) ed è già tempo di Non Stop Girls (con quel ritornello circolare da girotondo ubriaco), e ancora l’attesa e il furore di Descent into the Maelstrom. Shot by Both Side (cover dei Magazine) arriva provvidenziale, trampolino per il gran finale. E che tuffi. L’inno Aloha Steve and Danno (pezzo d’apertura del super classico Radio Appears), fra coretti surf, assoli da far girar le gonne e saltelli in ogni dove. In chiusura i grandi classici, fra doverose citazioni (l’immancabile TV Eye degli Stooges) e singalong capaci di durare tutta la notte (Hand of Law). Poi si aprono le ultime danze beat sotto il tendone-bar, e già albeggia.

Ad avercene di festival così. Ne basterebbe uno in ogni provincia e l’Italia sarebbe altra cosa. Anacronistica, certo, ma viva.

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