Live Report

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17 giugno: incipit catastrofico, dal punto di vista climatico, che
ha visto il popolo fin lì accorso inzuppato prima da una pioggia
sostenuta e poi da un’umida coltre. Tempo all’inglese appunto, che si
aveva tutta l’impressione di trovarsi in un qualsiasi parco da Londra
in giù. Questo non è di certo bastato a scoraggiare la massa che si è
riversata da gran parte d’Italia (d’altronde sono gli unici due live
set dei Radiohead nel nostro Paese).

Si
arriva in coda dall’esterno per conquistare un posto nell’umido prato e
appena dentro ci si trova epidermicamente in contatto con il popolo dei
fan. Ci sono i ragazzini, gli indie ventenni, fino ai trentenni e ai
quarantenni con famiglia al seguito e persino gli over. Un popolo
amplissimo insomma. Ci si interroga intanto su quanto di universale e/o
unificante abbia questo gruppo per smuovere una tale composita folla, e
quanto lo sia man mano diventato a livello di massa, per la sua abilità
di portare sentori underground verso un pubblico più ampio, con
comunicativa mai banale e mezzi di ampia portata. Intanto il clima non
dà tregua e si ha anche il patema per la contemporanea partita
“europea” della nostra Nazionale; attira una certa attenzione l’opening
della bjorkiana Bat For Lashes e della sua band che
si esibiscono sin dalle 19.30 per una buona mezzora; pop
electro-sinfonico ben dosato, che avremmo meglio gradito in luogo
chiuso e tranquillo.

Le tribune parecchio
scomode (troppo lontane e inadatte a una visione del palco)
rumoreggiano e si aspetta l’entrata degli headliners, mentre si
orecchia qua e là per radio qualcosa della partita. In evidente ritardo
ben oltre le nove e un quarto arriva finalmente la band, preceduta da
un allestimento minimale del palco, fatto di sottili e verticali tubi
al neon che pendono dall’alto e che si illumineranno ben presto
uniformemente per colore. Uno schermo orizzontale dietro di loro e ai
lati altri due divisi per settori, uno per ogni componente il gruppo
ripreso da webcam. Due bandiere tibetane appese ai synth. Minimalismo e
colori che ci hanno ricordato gli allestimenti di Peter Greenaway, con colori che avviluppano completamente i cinque: entrano quasi in sordina attaccando 15 Step e procedono con quasi tutto In Rainbows.Con un’amplificazione bassa che mal si addice alla location,
sicuramente per motivi di ordine pubblico, essendo l’Arena situata in
centro abitato.

Si
percepisce però da subito un certo nervosismo da parte del gruppo, non
moltissima concentrazione, probabilmente per colpa del tempo e della
partita. Fatto sta che quasi a metà del set Thom si interrompe di colpo
mentre sta cantando una versione rallentata di Faust Arp,
imprecando qualcosa fuori dal microfono verso qualcuno a lui di fronte,
per poi riprendere da dove si era fermato. La sera stessa apprenderemo
dai fan site su Internet che era stato disturbato da qualcuno della
security che ascoltava in auricolare la famigerata partita. Nel
complesso una scaletta non molto bilanciata, che tende al rilassato e
senza molti dei cavalli di battaglia del gruppo. In fase finale al
secondo bis, sarà lo stesso Ed O’Brien, prima di You And Whose Army,
ad annunciare il risultato finale della partita, con massima
esaltazione del pubblico, va da sé. Bis che hanno visto la ripresa
della vecchia e inaspettata Street Spirit e di Idioteque.
Si resta un po’ perplessi per le scelte e per l’umore della serata.
Gruppo professionale e solido, ma ci è sembrato di routine, senza
troppo pathos.

Si smentiscono subito: il secondo concerto,
complice anche il bel tempo, è stato “il” live set per eccellenza.
Nelle tribune prima del concerto una certa agitazione denota come
ospiti d’onore nomi illustri, il prezzemolo Brad Pitt e persino Edward
Norton in zona mixer. La band comincia a snocciolare una scaletta
“ideale”, non a caso ribaltata rispetto alla prima, anche come resa
emotiva (nel confronto impietoso con il giorno prima, appare chiaro che
al gruppo fa male una pur comoda routine). La durata è maggiore
rispetto al set del 17 (un pezzo in più), l’inizio è puntuale prima
delle 21 con ancora la luce del sole che cala, per un incipit
scenograficamente perfetto. Resa sonora ineccepibile se si esclude il
solito audio basso, uniformità di arrangiamenti e un crescendo a poco
più dall’inizio da Airbag e The Gloaming in poi, culminato poi con Everything In Its Right Place e Idioteque, fuse insieme in un attacco killer.

Set equilibrato tra vecchio e nuovo, con la preferenza per gli ultimi 3 album, pezzi che non devono mancare compresi – Paranoi Android sul finale, una dilatata How To Disappear Completely – e chicche come Just e soprattutto The Tourist hanno reso questo secondo giorno un evento collettivo, in cui “bisognava esserci”. Due ore e due encores, compreso 2+2=5 e la rara Go Slowly. Yorke balla, scherza con il pubblico e i compagni, sembra un altro rispetto solo al bad mood del giorno prima e gli altri assecondano la sua voglia espressiva.

Viene
da riflettere, alla fine dei due giorni, su come vengano percepite a
livello di massa le tematiche apocalittiche che da sempre
caratterizzano il gruppo, le loro scelte “politiche” anche in senso
lato (le modalità di pubblicazione dell’ultimo album, le prese di
posizione ecologiste, ecc), su quanta identificazione con il proprio
pubblico ci sia, in questa bolla di inquietudine palpabile che si
portano dietro. E l’identificazione deve essere massiccia, ci
rispondiamo, per ultime e ultimissime generazioni chiuse nei propri
mondi virtuali totalizzanti. E per quelli come noi che sono cresciuti
con loro sin dagli esordi, in una sorta di speculare rispecchiamento
anagrafico, c’è dopo tutto la voglia di vivere la musica in modo
partecipato e riflessivo, attivo e consapevole. Sempre come la
scintilla che ci aveva catturato all’inizio del nostro percorso
musicale.

25 giugno 2008
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