• Nov
    01
    2001

Album

Parlophone

Add to Flipboard Magazine.

Insomma, l’esile meraviglia di Kid A e il diafano sussulto/rigurgito di Amnesiac come un ipotetico movimento solo, intima sedizione profondamente implicata con i contraddittori trapassi del presente, sincrona al suo crepuscolo estetico di cui sintetizza l’ambiguo iato, l’eccitazione modernista e l’ansia di futuro in bilico sullo stesso allarmante vuoto. I cinque oxfordiani non ci lasciano molto tempo per rimuginarci sopra, perché in capo a qualche mese licenziano quello che sarà ricordato come il primo live ufficiale della loro carriera: I Might Be Wrong esce come una sorta di EP a prezzo sensibilmente ridotto ma forte di ben otto brani, sette riprese live del più recente repertorio e la benedizione di un inedito (ma già ben noto ai fans come classico chiudi-concerto).

Perché una cosa del genere? Che bisogno c’era? Potrei sbagliarmi, ma laddove i due lavori precedenti non hanno potuto o voluto, ecco questo piccolo (?) capolavoro a piantare il paletto, a tracciare il crinale, a delimitare il confine: è qui, credo, l’autentico punto d’arrivo della terza fase radioheaddiana, una sintesi pressoché perfetta di istanze analogico-acustiche e derive sintetiche, unificate nel segno di un umanesimo imprendibile, rarefatto, fuggevole ma ben presente e vivo, tenacemente attaccato al proprio sapersi aggredito, schiacciato, costantemente in pericolo. Il dischetto è ficcato in una specie di portafoglio di cartone translucido, l’artwork postapocalittico ormai consueto e pur affascinante: ed è un disco straordinario, testimone di un “rendere” live che non si specchia nella celebrazione ma si veste di vita e riverbero, come se gli attimi si potessero contagiare, come se una voce potesse oltrepassarsi d’emozione, come se il suono fosse sempre il prodotto del dis-equilibrio.

Suono dunque fatalmente vestito d’imperfezione, come prospettiva metafisica sfrangiata di reale, come poesia di carne e sangue: come per i Radiohead è sempre stato, eppure mai così evidente. Le canzoni sono trottole sul punto di cadere, colte nell’istante in cui perpetuarsi sembra l’unica pulsione ammissibile, sfida cosmica all’instabilità: ecco la dance umanistica di Idioteque, il suo disfarsi e arrotarsi, la serialità strutturale, il suo nuotare a secco sulla reiterazione dei temi, il suo impazzire vorticoso senza sbocco; ecco il raga pulviscolare di Everything In Its Right Place, quasi un peana di alienazione tecnoetica; ecco il lugubre complotto circolare di The National Anthem, foriero di tristi presagi, e quindi la title track, che si rettifica accelerando un po’ e regalandosi febbrili arabeschi di chitarra.

E ancora Morning Bell, la pastosità smaniosa della versione in studio (quella di Kid A), con qualche preziosa smagliatura a renderne ancora più palpitanti i contorni; poi Dollars & Cents, un obliquo sbocco di rabbia jazzyrock, il tema che oscilla imprendibile attorno al basso tenace e in mezzo alla flora di un incubo diurno; quindi Like Spinning Plates, una larva di dolore, un deliquio orizzontale, una lenta spirale velocissima di emozioni dense, un’onda che si increspa proprio quando sta per non esistere più. Chiude l’inedita True Love Waits, solo chitarra acustica e voce, i vecchi Radiohead, il più prevedibile e irresistibile degli incantesimi, sgraziata e meravigliosamente irrisolta, conduce all’inizio dell’anello, ci riporta in sella alla questione, un pugno in pieno petto, semplice vacillare del cuore.

1 Novembre 2001
Leggi tutto
Precedente
M Ward – End of Amnesia M Ward – End of Amnesia
Successivo
Bugo – Ne vale la pena EP Bugo – Ne vale la pena EP

album

Radiohead

I Might Be Wrong – Live Recordings

artista

Altre notizie suggerite