• Dic
    01
    2007

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Autoprodotto

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Quello che si stanno ritagliando i Radiohead in questo scorcio di carriera è la più preziosa delle facoltà: agire in relax, senza pressioni, curando la progressione artistica con una densa, disarmante serenità. Il presupposto alle trame essenziali che hanno animato In Rainbows e oggi strutturano in versione ancora più scarna, quasi da presa diretta, il secondo CD allegato alla goduriosa edizione “fisica” (quella disponibile solo ordinandola dal loro sito, il famigerato discbox, contenente anche vinili e artwork).

Otto bonus, anzi sei togliendo i brevi intermezzi di Mk1 e Mk2, spersi gorghi di vibrazioni sintetiche e vocali, astratte ambientazioni oltreumane, a dire il vero un po’ gratis. Ma appunto predomina quel senso di vicinanza all’ascoltatore, quella frugalità partecipe quasi confidenziale che mette l’accento sulla grana dei contorni, sul sapore delle escrescenze, così che una Last Flowers significa vieppiù per il suo manifestarsi franco, vulnerabile, con l’ovvia bellezza di un cuore disarmato. Così come di Down Is The New Up – sorta di sorellina frusta di A Punchup At A Wedding – finisci per apprezzare la mise farraginosa, il piano secco e quell’arricciarsi soul del canto di Yorke.

Le magie soniche ci sono ma – quindi – sembrano provenire da un pianeta bombardato da asteroidi intelligenti che hanno polverizzato gli studi ipertecnologici, compresi loro invadenti patron. Inevitabile l’implosione “casalinga”, che non significa resa ad un loffio lo-fi ma coabitazione empatica con gli strumenti a disposizione, qualunque sia la loro natura. Così la vetrosità lunare di Go Slowly recupera le angosce futuriste di The Bends e Ok Computer in una dimensione frugale non troppo distante dal trepido electrofolk dei Mùm, mentre 4 Minute Warning sorge da caligini farraginose stiepidendo devozione gospel e folk dinoccolato in un modo che ricorda parecchio sia le ugge sperse dei Belle And Sebastan in This Is Just A Modern Rock Song che l’oppiaceo incanto dei primi Beta Band.

In questo contesto il vischioso passo industrial di Up On The Ladder ed il funk tarantolato punk-wave di Banger & Mash (dalla verve brutale prossima agli ultimi Wire) suonano un po’ come oggetti estranei, però a ben sentire lì cogli un giro di basso intestardito soul, là avverti il piglio imitativo ai limiti del parodistico degli U2 altezza Zooropa, in entrambi lo stesso retrogusto agro, dissociato dai canoni, impegnato ad inseguire la scia della propria stella nera.

Senz’altro un episodio accessorio, da valutarsi come pura (?) appendice. Apprezzabile, in ogni caso.

2 Dicembre 2007
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