• feb
    10
    2017

Album

Columbia Records

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Non poteva finire diversamente, era già tutto scritto. Lo diciamo consci del fatto che la nostra definizione di “personaggio potenzialmente redditizio, uno di quelli che nessuna major (al momento esce per Best Laid Plans) dovrebbe lasciarsi sfuggire” espressa all’interno della recensione dell’EP Disfigured, non abbia – ovviamente – minimamente influito sul percorso artistico/professionale di Rag’n’Bone Man, cantante inglese che si è fatto conoscere al grande pubblico nell’autunno del 2016 con il singolo-tormentone Human, classica ciambella col buco creata ad hoc per l’high rotation radiofonica, catchy quanto basta e con quei sentori buonisti-motivazionali in grado far presa su chiunque (o quasi).

Abbandonato il background hip hop espresso con la crew di Brighton Rum Commitee (e ancora decisamente palpabile all’interno del primissimo EP Bluestown del 2012), il trentaduenne di Uckfield è ormai un mero strumento in mano alla Columbia/Sony, una sorta di gallina dalle uova d’oro da spremere nel breve termine nel tentativo – probabilmente vano – di ripetere il miracolo di Human. Nasce così un album d’esordio (intitolato con poca fantasia Human) senz’anima, appesantito da una pletora di co-autori e produttori da UK top40 tra i quali citiamo Ben Ash aka Two Inch Punch (Sam Smith, Years & Years), Jonny Coffer (Naughty Boy, Leona Lewis, Jess Glynne) e Mark Crew (Bastille). In pratica un vero e proprio disco da post-X Factor tout court. Dopotutto il Nostro sembra inglobare molte delle caratteristiche dei tipici prodotti da talent show (e potremmo citare Sergio Sylvestre, l’ultimo vincitore di Amici) quali una poderosa voce che a primo impatto non può lasciare indifferenti e una presenza scenica tremendamente televisiva e mediaticamente buzz-friendly.

Accompagnato dai classici, prevedibili ed agghiaccianti epiteti (e noi italiani siamo particolarmente bravi in questo, vedi “il gigante buono”), Rory sembra aderire senza troppi patemi a questa nuova veste macchiata dai consueti compromessi pop. E dire che dopo aver collaborato con grandi menti come Kate Tempest o Vince Staples non dovrebbe essere così facile accontentarsi di produzione di questo tipo, non solo brutalmente limitata ma soprattutto che non rende giustizia ad un talento che meriterebbe tutt’altra collocazione. Human si svincola in dodici episodi (diciannove nella versione deluxe) che si muovono tra inclinazioni soul, aperture gospel confessionali e atmosfere americane da delta blues, tenute costantemente a freno dalle catene del music business ree di rendere il tutto eccessivamente piatto, polite e terribilmente convenzionale. Gli arrangiamenti sono innocui (Innocent Man), i beat sono freddamente didattici (quello di Odetta è degno delle peggiori produzioni della canzone all’italiana) e le sfumature dei testi tendono troppo spesso alla cheesiness sentimentale (Love You Any Less, Be The Men) o alla semplice banalità («Baby I know my gospel but I ain’t a preacher» in Ego). Oltre alla voce non rimane praticamente nulla, se non sporadici passaggi che aprono spiragli ad una ipotetica collaborazione con Adele (Grace), un paio di chorus da jingle pubblicitario (Skin), una sorta di tributo al sound di Amy Winehouse (Arrow) e un esercizio di stile fine a se stesso (Die Easy, cavallo di battaglia di X-factoriana memoria). Tutti elementi tutt’altro che imprescindibili.

Anche se Rory non possiede l’estro in multitasking di Jack Garratt (giusto per citare un altro che ha deluso all’esordio lungo) e neppure la concretezza cantautorale di un Hozier (per citare un altro a rischio one hit wonder), era lecito aspettarsi molto di più. Rimaniamo quindi distaccati spettatori di questa insignificante scalata alle classifiche constatando che non ha senso spendere più di qualche minuto su un album del genere quando là fuori ci sono gioielli di moderno soul come Process di Sampha.

12 febbraio 2017
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