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Con dozzine di uscite alle spalle, tra singoli, EP e ben otto album sparsi su varie etichette underground, Ras G rappresenta un pilastro di quella scena brulicante di diggers e producers sperimentali che gravitano attorno a L.A., scena che ci ha fornito artisti quali Thundercat e Fly Lo. Forse non è tra i nomi più conosciuti dal grande pubblico, ma il Nostro riesce a distinguersi anche all’interno del calderone di grandi talenti losangelini, grazie a un approccio più sperimentale e visionario, un piglio avant ben immortalato in questo Back on the Planet, vero punto d’arrivo per un artista che, dopo tanto materiale digitale, esce finalmente con un album fisico sull’importante label Brainfeeder.

L’appariscente copertina dell’album funziona perfettamente da introduzione al discorso musicale del producer. Il Nostro appare dipinto come un faraone spaziale, in un esplosione immaginifica di simboli egizi e cosmici, con il chiaro intento di citare i costumi visionari e l’immaginario iconografico dell’indimenticato Sun Ra e del suo culto afrofuturistico. E’ proprio sotto questa luce che va intesa la sua missione: fondere musica nera e sound futuristici e psichedelici.

Caratteristica di G è spingersi oltre la fusione tra boom bap e musica elettronica tipica dei produttori di casa Brainfeeder. Quella di BOTP è musica che supera le barriere stilistiche attraverso batterie frenetiche free jazz, sample vocali reggaey, percussioni tribali e elettronica glitchata. Il caos cacofonico dell’opener Back on the planet finisce presto e lascia il posto a un trittico di composizioni tribal-ambientali (o cosmic lounge kisses, per dirla con _G) in cui tappeti di synth dallo spazio profondo sono sorretti soltanto da percussioni africane insistenti, per un lungo intermezzo di musica che forse non evolve mai in una vera canzone, o quanto meno in una struttura più o meno definita, ma da cui è bello farsi trasportare in un viaggio siderale che riposa l’anima. Da _G Spot Connection i brani acquistano smalti wonky più riconoscibili, anche se la definifizione è quantomai limitante, essendo Ras paziente cesellatore dietro alle macchine.

Probabilmente BOTP tradisce la missiva del titolo. In più punti, le digressioni spaziali dell’African Space Program suonano come gratuite, incomprensibili, ben lontane dal livello di coesione che ci si poteva aspettare dal debutto su un formato più tradizionale. La mancata compiutezza, tuttavia, rappresenta anche il punto di forza di un’artista in viaggio verso qualcosa di nuovo e originale, un merito importante in una scena che rischia di ristagnare.

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