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L’unico indizio certo che abbiamo nell’approcciarci alla musica di Rashad Becker è la sua esperienza come ingegnere presso gli studi berlinesi Dubplates & Mastering, un’azienda, ricordiamolo, fondata dai Basic Channel nel 1995. Qui, ma anche nel suo studio privato a Kreuzberg (il Clunk), l’elusivo tecnico e musicista che recentemente abbiamo avvistato dal vivo anche in coppia con Moritz Von Oswald, ha svolto un impressionante lavoro di mastering (anche di missaggio e produzione) su centinaia di lavori (oltre 1.600 gli album su cui ha complessivamente messo le mani) ovvero, nelle sue parole, «finendo prodotti musicali, assecondando scopi precisi» come amplificare certe idee artistiche oppure, all’opposto, pensare a specifici media, determinati impianti audio, ecc… Precedentemente, nei popolari studios berlinesi era stato impiegato un altro musicista che ha finito per fare della definizione sonora la sua caratteristica più distintiva, ovvero Robert Henke. Ed è interessante citarlo qui, perché la musica prodotta da quest’ultimo sotto l’alias Monolake è in un certo senso complementare a quella suonata da Becker: se nel primo dominano i concetti di spazio e silenzio lavorati di fino con i software di Ableton, nel secondo vanno in scena “temi” e “danze” grazie ad un limitato equipaggiamento di ronzanti macchine analogiche. Ad unirli, diciamo per deformazione professionale, è la precisione e la pulizia nel trattamento dei suoni, l’attenzione analitica per gli armonici e una serie di viste ingegneristiche che solo questa professione ti può insegnare.

Differentemente da Henke, Becker non campiona affatto (e se lo fa, è per non portarsi appresso pesanti macchinari analogici in tour), tutto è costruito con suoni sintetici (e di sintesi) che colano, si spalmano, ma forse sarebbe più appropriato dire gravitano, in un qualche condizione gravitazionale marziana. Il risultato è musica cosmica deforme e deformata e, certo, non priva di un certo umorismo. E c’è dell’altro: volendo si tratta di un affresco post-industriale, nel senso del gusto con il quale certi suoni vengono scelti e giustapposti (dimenticavamo tra gli indizi da citare, la passione di Becker per l’industrial vecchia manieraDances VI).

Nel secondo volume della serie iniziata tre anni fa, è evidente fin dalle note stampa che questo approccio ha assunto una strategia più “strumentale”, nel senso di suoni prodotti da macchine che finiscono per assomigliare a strumenti (a corda, a fiato) e come tali vengono utilizzati nei limiti macchinici del caso (Dances VI), e anche qui non senza un certo spirito e humour di pancia, nel senso letterale del termine (Dances V potrebbe essere un pigro risveglio di vecchi tromboni scorreggioni). Ancora una volta, in questa nuova infornata di ipotesi laboratoriali che potrebbero ricordare anche certe sperimentazioni elettroacustiche degli anni ’50 o il primo Raymond Scott fino a Xenakis e Maderna, viene fuori una tela piuttosto varia e (non del tutto) imprevedibile, nella cui costruzione lo sguardo beffardo dell’autore non viene mai meno. È un compendio non imprescindibile o particolarmente originale, ma è anche un mondo sonoro con una sua impronta qualitativa, in grado di tirarti dentro e farti smettere di fare ciò che fai (non è poco). Superata la curiosità, a catturare non è, infine, un discorso di concetto o, in soldoni, intellettuale, di dettagli da nerd, piuttosto un buffo artigianato dell’assurdo, una seduta spiritica con Beefheart.

16 Dicembre 2016
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