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Di discese negli inferi, Paul Schrader è un esperto, e proprio dalla sua penna, forse imbevuta di disperazione e alcool, ma trasudante un grido d’orrore assordante verso l’America degli anni Settanta, vien fuori una delle sceneggiature più belle e lucide della storia del cinema; i suoi studi giovanili, caratterizzati dall’amore per Robert Bresson, Yasujiro Ozu e Carl Theodore Dreyer lo portano ad approfondire il discorso sull’esistenzialismo contemporaneo del tutto affine alle opere di Jean-Paul Sartre e Albert Camus.

Lo script, da qualche tempo giacente nel cassetto di una scrivania, viene scoperto da un giovanissimo Martin Scorsese che ne rimane folgorato. Il regista newyorkese era reduce dal buon successo di Mean Streets e da Alice non abita più qui, che aveva visto finalmente una donna al centro dei suoi film tendenzialmente fallocentrici. Il risultato è Taxi Driver: compendio finissimo sulle conseguenze dell’imperialismo americano sull’uomo ordinario, ritratto di un antieroe con cui è impossibile non empatizzare, ma che non ci sentiremmo in grado di difendere a spada tratta. «Ma dici a me? Ma dici a me? … Ma dici a me? Ehi con chi stai parlando? Dici a me? Non ci sono che io qui»: la frase ormai iconica pronunciata da Robert De Niro e citata innumerevoli volte in molti altri film successivi è uno dei tanti segni che hanno reso immortale quello che già ai tempi della Palma d’Oro a Cannes era denominato come un capolavoro dell’era moderna del cinema.

Taxi Driver, uscito l’8 febbraio 1976 nelle sale statunitensi, diviene non solo il trampolino di lancio per il suo regista e il suo attore protagonista (che aveva già vinto un Oscar da non protagonista per Il Padrino – Parte II ma che non godeva ancora di una fama spropositata), ma anche il simbolo di una New Hollywood pronta a sostituirsi culturalmente e moralmente alla logica cinematografica degli studios di Hollywood e a diventare il mezzo preferenziale attraverso cui raccontare le inquietudini e le paranoie che avrebbero attraversato un Paese intero per tutto il decennio successivo. La trama è già entrata nell’immaginario collettivo: Travis, ex-marine reduce dalla sanguinosa Guerra del Vietnam, al suo rientro a New York fatica a reinserirsi nella società. Non riuscendo a dormire la notte, trova un lavoro come tassista per le strade della Grande Mela. Le difficoltà a relazionarsi con le altre persone aumentano quando la giovane Betsy lo rifiuta, perché spaventata dalle sue attitudini comportamentali (la sua passione per la pornografia) e poco tempo dopo s’imbatterà in Iris, prostituta bambina che lui cercherà disperatamente di salvare per dare finalmente un senso alla propria esistenza.

La missione di Travis è una sfida aperta alle logiche soggioganti di un’America che ha perso la propria identità e brancola nel buio più profondo, avendo smarrito quella luce che va a configurarsi con l’innocenza perduta dei suoi figli, mandati a morire in una terra lontana e ostile, selvaggia, in nome di una libertà che si è fatta mercanzia. Il responso della critica fu entusiasta, e a ragione. Taxi Driver è il primo film a parlare, seppur indirettamente, dell’impatto di un’America imbottita di illusioni sulla Guerra in Vietnam e dello scotto pagato dai suoi reduci, prima invocati come eroi, poi denigrati e additati come traditori. Anche per questo motivo, immersi in un clima mediatico carico di tensioni, Scorsese rinuncia a una presa di posizione diretta, ma suggerisce più volte che l’ambiguo comportamento del suo antieroe è in realtà indotto da una società ancor più contradditoria, corrotta e malata: elementi che verranno personificati nella figura del senatore Palantine.

Al coro inaugurato da Scorsese si aggiungeranno in seguito il misto tra sensibilità e spietatezza di Michael Cimino (Il cacciatore), l’analisi filosofica e acida di Francis Ford Coppola (Apocalypse Now), gli ammonimenti di Ted Kotcheff (Rambo) e la rabbia di Oliver Stone (Platoon). Taxi Driver fu nominato a quattro premi Oscar nel 1977 (miglior film, miglior attore protagonista, migliore attrice non protagonista e migliore colonna sonora), ma Scorsese rimase sorprendentemente a bocca asciutta e il film dovette subire l’infatuazione dell’Academy per la favola contemporanea di John G. Avildsen, Rocky. Robert De Niro, che qui regala una delle performance più radicali della sua lunga e prolifica carriera (tornerà a collaborare con il regista italoamericano svariate volte e vincerà il suo secondo Oscar per Toro Scatenato), forte della nomination ricevuta, quell’anno dovrà inchinarsi al Peter Finch di Quinto potere.

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