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7.1

In questi tempi di deliziosa politically correct, un disco come Illusory Field Of Unconsciousness è un tonico per l’anima. Come dire, se i giorni passano grami va da sé che ogni tanto t’imbatti in qualcuno che non aggira l’ostacolo e va a fondo col bisturi. E pazienza se la lama è rugginosa e il chirurgo non ha propriamente la manina fatata. Oltretutto, è un tipo dalle origini piuttosto anomale – per metà sardo (il chitarrista e cantante Massimo Usai, la tastierista Sara Melis), per un quarto catalano (il batterista Xavier Dilme) e per l’altro statunitense (il bassista Justin Wood) – e dal nome non proprio rassicurante di Recs Of The Flesh. Considerate inoltre che a dispetto della robusta tracotanza è un debuttante, per cui affari vostri se vi affiderete a questa terapia noise-wave come potrebbero concepire ad un convegno Killing JokeSonic YouthStranglers, previo consulto degli insigni Cure e Syster Of Mercy. Il declama tagliente della voce è stretto nella morsa sgarbata e dissonante delle chitarre, della tumida sezione ritmica e delle escrescenze sintetiche, mentre l’organo funge ora da  contrappunto acidulo e ora da bordone psicotico. Un programma all’insegna – ça va sans dire – di cupezza febbrile e pensosità inferocita (su tutte l’acerrima Social Failure, la melmosa Solutions To Non Existing Problems e l’incalzante Urban Tension Development Swing) che ti lascia tirare il fiato in un paio di circostanze appena, ma anche in questi casi non aspettatevi che l’angoscia molli la presa. Del resto, nel comporre i pezzi pare che Mr. Usai sia stato ispirato da letture di Burroughs e stravisioni Carpenter/Lynch. Non so se ho reso l’idea.

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