• Giu
    08
    1999

Classic

Warner Bros. Records

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File under: scheletri nell’armadio. O forse no. Fatto sta che Californication, per chi vi scrive, è stato l’album del coming-of-age. Quello che a quattordici anni appena compiuti è stato in grado di indirizzare gli ascolti verso una certa direzione, spronando a riscoprire il passato e facendo scattare una profonda curiosità nei confronti della musica fino a quel momento inesistente o quasi. Sicuramente c’era chi già a quattordici anni comprava le riviste specializzate e si perdeva nell’enciclopedico Scaruffi, ma da buon ascoltatore passivo all’epoca mi affidavo principalmente a radio e – soprattutto – a MTV.

In un contesto come quello, con un background cultural-musicale prossimo allo zero (al massimo un paio di anni prima mi ero preso bene con i Litfiba 80s) e con un disgusto verso il dilagante teen-pop (Backstreet Boys, Britney Spears…) i Red Hot Chili Peppers mi sembravano senza rivali: non disdegnavo il pop-rock da MTV di quel fatidico 1999 (che in Italia voleva dire Offspring, Cranberries, Skunk Anansie e poco altro) mentre provavo una certa indifferenza verso le hit sunshine dei vari Smash Mouth e Sugar Ray. I Red Hot Chili Peppers erano gli unici che potessero essere in qualche modo riconducibili a quella “grandezza rock” che fino a quel momento avevo solo assaggiato in evanescenti frammenti televisivi o in qualche cassetta risalente a tre decenni prima. Ai miei occhi erano i Led Zeppelin di quei tempi.

Sono passati venti anni – fa un certo effetto dirlo – dalla pubblicazione di Californication e qualche giorno in più dall’uscita del singolo/video Scar Tissue, brano di lancio a dir poco azzeccato e (nuovo) manifesto della vena più agrodolce del quartetto di Los Angeles. Una (fortunata) ripartenza – con John Frusciante nuovamente in squadra – che nascondeva i risvolti malinconici di una band che aveva attraversato tanti successi quante tragedie, di una band di sopravvissuti, una band finalmente adulta che stava salutando il decennio da assoluta protagonista. Quello di Californication è un lungo e glorioso percorso (memorabili i concerti in Piazza Rossa e a Woodstock ’99) scandito da cinque singoli ormai diventati classici: la title track, Otherside e Scar Tissue sono tra i cinquanta brani degli anni 90 più ascoltati su Spotify ma chi non ricorda anche Around The World e Road Trippin’? La restante porzione di tracklist vive di momenti, alcuni veramente ottimi (specie sul versante strumentale) come gli outro impeccabili di Parallele Universe (Flea plettro-munito mai stato così wave), Easily (tutta la magia dei tocchi minimali di Frusciante), Purple Stain (Chad Smith imperioso) e da bei brani tout court (This Velvet Glove). In non pochi (specie i fan della prima ora) storsero il naso dinnanzi alla deriva smaccatamente melodica e ballad-friendly (accentuata poi, lì sì in modo eccessivo, nel successivo By The Way) di Californication, ma alle soglie del 2000 le esplosive scorribande funk-rock-rap-punk che avevano caratterizzato la prima parte della carriera dei RHCP iniziavano ad essere obiettivamente stantie e sempre meno credibili addosso a dei (quasi) quarantenni. A dimostrarlo Get on Top, I Like Dirt e Right On Time, episodi ad alto tasso energico ma dal songwriting tutt’altro che irresistibile. Entrare nel dettaglio delle singole canzoni non serve, tutti – o almeno chi era adolescente all’epoca – le conosciamo e sappiamo benissimo quali sono i pregi e i difetti (qualcuno ha detto Kiedis?) di quei Peppers.

(Ri)ascoltare Californication nel 2019 vuole anche dire scendere ai patti con una produzione (Rick Rubin) e con una post-produzione (missaggio e mastering) che rendono il suono ancora più datato di quello che è. Ciò nonostante è ancora un piacere riuscire a distinguere in modo comunque limpido i preziosi intrecci melodici tra un Flea e un Frusciante in conclamato stato di grazia. Inferiore a Blood Sugar Sex Magik, meno affascinante del sottovalutato One Hot Minute e certamente meno importante per l’evoluzione della rock music rispetto agli album degli anni ottanta, il settimo lavoro in studio dei californiani però ha non solo sublimato i quindici anni precedenti dell’epopea peppersiana, ma è anche stato – a conti fatti – probabilmente l’ultimo album rock capace di un successo così trasversale e duraturo. Il canto del cigno del rock e – contemporaneamente – del suo secolo di appartenenza, il Novecento. Vista così, la chitarra – già distrutta – che viene lanciata nel video di Scar Tissue da Frusciante dall’auto in corsa e al tramonto, assume una connotazione differente.

Dal 2000 in poi, per i motivi che ben sappiamo, le chitarre hanno trovato sempre meno consensi tra il grande pubblico (se non tra gli ormai attempati – talebani e discutibili – irriducibili ancorati al passato) e i Red Hot Chili Peppers hanno continuato a sguazzare – finché hanno potuto – in cima alle classifiche di vendita centellinando dischi mediocri (alcuni veramente brutti, vedi I’m With You), buoni giusto per mandare un paio di singoli in high rotation e lanciare i consueti tour mondiali. In un periodo, come questo, in cui il becero/inconsistente viene rivalutato senza pudore, un album come Californication rischia di uscire dal campo da perdente: troppo solido per essere rivalutato in un ottica diversa e – parallelamente – troppo “overplayed” e “uncool” per essere considerato un album di culto (non a caso non si è scomodato nessuno per una anniversary edition).

6 Giugno 2019
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