Cult Movie

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Film culto anni 80 con una circolazione assai limitata, pochissimi passaggi televisivi, ma un serpeggiante e insistente passaparola che lo ha trasformato in un piccolo oggetto cinematografico venerato dai consueti “pochi ma buoni”. Il film di Renè Manzor, che nei titoli di testa sfoggia subito i riconoscimenti ottenuti al Fantafestival di Roma del 1990 come miglior film e miglior regia, ottenne tra l’altro un piccolo ritorno di fama quando il regista francese, dopo aver visto Mamma Ho Perso L’Aereo di John Hughes, decise di fare causa ai realizzatori del film americano denunciandoli di avergli copiato il film. Non è dato sapere come andò a finire, ma certo i punti di contatto tra le due pellicole sono un po’ troppi e un po’ sospetti.

Sta di fatto che questo film francese sorpassa l’emulo americano di diversi punti, a partire dalle qualità mitiche e metaforiche messe in scena. La storia ruota attorno al piccolo Thomas (pronunciato ovviamente alla francese, quindi “Tomà”), bambino ipertecnologico e straricco che vive isolato, insieme al nonno quasi cieco, in un grande castello abbandonato da qualche parte in campagna, mentre la mamma, una rampante e sciovinista manager di un centro commerciale, se la fa con il suo collaboratore la notte della vigilia di Natale. L’ambientazione natalizia è fondamentale perché ovviamente in quel centro commerciale arriverà il pazzo che ovviamente cercherà di trovare lavoro come finto Santa Claus, ovviamente darà di matto al primo pianto di bimbo, ovviamente sarà licenziato in tronco dalla mamma di Tomà, ovviamente se la legherà al dito e ovviamente si vendicherà andando a casa sua per fare la pelle a suo figlio.

La concatenazione degli eventi è un po’ macchinosa e campata in aria ma è tutto un pretesto, perché il film inizia davvero quando il folle Santa Claus si cala giù dal caminetto. Qui scatta il tocco di genio di un Manzor che ci presenta il piccolo Tomà come un pargoletto innocente e viziato costretto a crescere all’istante per salvare la pelle. La trovata originale, quindi, non sta tanto nel taglio horror che viene dato alla vigilia di Natale – anche perchè di Santa Claus assassini è piena la storia del cinema, a cominciare dalla serie Silent Night, Deadly Night – quanto nell’approccio action-survivor che fa convinvere Die Hard e Home Alone. Tomà non è disposto a farsi fare a pezzettini e grazie alla sua conoscenza tecnica (che nostalgia quella grafica cheap da commodore64!), ai trabocchetti che dissemina per la casa e a un “venderò cara la mia pelle” con tanto di grasso in faccia e mini-armamenti, modello Rambo-Commando, ingaggerà una lotta all’ultimo sangue con il pazzo vestito da Babbo Natale.

Lo stile di Manzor è quello tipico francese da videoclip stile eighties. Quindi molto chic, molto dark e molto efficace, in una maniera che avrà sicuramente il suo effetto su Luc Besson e tanti altri cineasti transalpini. Quindi taglio delle inquadrature ad altezza di coltello, movimenti di macchina vorticosi e aerei, una scenografia che più gotica e dark non si potrebbe e superlativi ralenty al cardiopalma. Tutto gestito al millesimo di secondo, senza che l’occhio abbia il tempo di riposarsi. L’ironia che serpeggia per il film evita di far cadere tutto nel ridicolo e si rimane quindi sospesi tra le efferatezze di alcuni momenti e certe strizzatine d’occhio cinefile, come ad esempio l’allenamento iniziale di Tomà al ritmo di una pseudo Eye Of The Tiger che nemmeno Rocky Balboa contro Ivan Drago. Rivisto oggi, il film non è invecchiato per niente, se non si sta a guardare la grafica cheap dei computer di Tomà. Nelle mani giuste si potrebbe anche fare un remake con i controfiocchi, ma forse è meglio lasciare riposare questo cult-movie come si fa con i vini pregiati.

9 gennaio 2012
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