Live Report

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Gli spazi del teatro San Leonardo di Bologna sede dell’AngelicA festival sono stati in parte riaperti dopo un anno di stop e in parte no: l’obiettivo è di trasformare l’ex chiesa nell’avveniristico centro di ricerca musicale. L’anno prossimo scoccherà il quarto di secolo per il festival e non è detto che per l’occasione non si possa assistere al miracolo di vedere avviato tutto il progetto di “non fare tendenza ma di offrire risposte”, come dice Massimo Simonini, direttore artistico del festival. Quest’anno, Momento Maggio ha avuto inizio menzionando uno dei più importanti indagatori del teatro musicale quale fu Robert Ashley, recentemente scomparso, Addentrandosi poi fra pagine scritte da Yoshi Wada, Berio e Mario Bertoncini, solo per citarne alcuni, interessante la serata dedicata ai 75 anni di Luis Andriessen, uno dei più grandi compositori europei contemporanei.

Perfettamente a suo agio fra questi nomi riposa Rhys Chatham, anche lui della partita e con in mano forse le chiavi del campo da gioco. Il teatro si riempie con levità e notiamo facce giovani consce del muro di suono che le aspetta. Rhys sale sul palco col cappellaccio nero, un dito nell’occhio al tratto albino, introducendoci a Le Possede: 20 minuti di fine inchiesta minimalista dove il Nostro torna cuore e mente a Two Gongs e alle “calligrafie in aria” di hasselliana memoria. Curioso vederlo armeggiare i flauti, ingentilito ma con impegno totale alla ricerca, mai paga, per toni, acuti e overdubs fra periferiche cromate e linee metriche. Il brano aggiunge poco alle pergamene della Storia, ma è di una raffinatezza disarmante, quasi vicina ad una personale idea di sacralità romantica. Il pezzo successivo è cavillo per invitare sul palco Francis Pierot e Fabien Tharaud, rispettivamente batterista e bassista, i quali hanno stretto sodalizio con Chatham in quel di Parigi. La prima italiana di Sacrebleu riprende dove la No wave lasciò, dai loft di Soho dove il temperamento succhiava sangue alla depressione e spillava verdoni per i futuri palazzinari del Lower eEast Side. Il disegno di texture brancica visioni ipertestuali consacrando Rhys tra i gonzi che non l’hanno digerita mai la sbornia: tromba a far da mantello d’Arlecchino, batteria in acido e chitarra che sul finale batte il tempo prima di farci perdere la sensorialità del padiglione uditivo destro.

Foto di Giuseppe De Mattia

Foto di Giuseppe De Mattia

Intervallo. Scrosci di applausi per l’entrata sul palco di una pletora di chitarristi del Martini, il conservatorio di Bologna che per l’occasione mette a disposizione di Rhys un piccolo ensemble per il pezzo forte: Guitar trio è stata negli anni oggetto di varie line up rischiando a volte di vedersi mutato sezione e rollio, ma mai agogica. È quello che si potrebbe definire l’aculeo che sfonda il muro del suono, non ce ne sono stati tanti nella storia del rock, se si esclude l’eccezionalità fumantina di un Hendrix. A metà blocco e con un repentino pit stop d’accordatura, qualche canuto in sala inizia a copririsi le orecchie temendo per il padiglione auricolare sinistro. Guitar trio diventa harsh, doom, metal, per giunta free ad ogni ventata di decibel. Ecco la melodia degli armonici, ecco la direzionalità reichiana o il people processes rzewskiano che conducono ad uno stato di intossicazione climatica.

Quello che viene dopo è un bis impilato a Pictures of Music di Robert Longo e qui la giustapposizione diventa esta/etica; come se una generazione si radunasse in una saletta nel cuore della pianura padana rivisitando simboli e manie engagè. Il passo dinoccolato di un Basquiat nelle note a margine di Downtown 81, la neve chiosata da Selby Jr, la droga ingollata da Jim Carroll, lo stesso Lou Reed incazzato col mondo perchè i Dodgers abbandonano Brooklyn. Tutto mescolato insieme e fatto slittare sotto forma di balla da fieno.

20 Maggio 2014
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