• feb
    01
    2003

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BMG

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Okay, Riccardo Sinigallia è l’altro Tiromancino, quello che se n’è andato sbattendo più o meno la porta in faccia al successo di Due Destini, quello che si è speso in veste di producer all’ombra di pesi medi del music biz italico come Max Gazzé e Niccolò Fabi, merito anche suo se il loro è un suono che sa di qualcosa.

E Tiromancino dunque sia il termine di paragone principe per questo debutto di Sinigallia in solitario: del gruppo di Federico Zampaglione riecheggia l’estetica di trepidazioni trattenute, sospese in un “altrove prossimo” che definisce una sensibilità appena sotto la linea di tiro del quotidiano, lungo melodie intime e periferiche come crepuscoli sospesi.
Superandoli però – e graziaddio – in virtù dell’impasto sonoro: un’elettronica carnosa, cupa, palpitante, strutturata su quanto di soul possa distillarsi dal trip hop (l’iniziale Cadere), compressioni house (quella Buonanotte che rimanda allo sdegno in punta di rassegnazione di Mio Fratello E’ Figlio Unico) e tropicalismo sintetico (la struggente Bellamore, il folk dub di So Che Ci Sarai – apice dell’album con quell’intro madreperlaceo, splendide pennellate di tromba, tastiere zampettanti à la Sylvian e synth siderali – e il reggae di Solo Per Te che sembra un Manu Chao ipnotizzato dagli Air).

Impasto cui ben si accorda il taglio più esplicitamente amaro dei testi, meno propenso a sublimarsi poeticamente – rispetto, ovviamente, ai Tiromancino – anzi talora disposto ad entrare a piedi uniti sull’oggetto in questione (come accade nel folk-psych nervoso di Io Sono Dio – da leggersi ANCHE in chiave antiberlusconiana – o nell’amaro allarme de La Revisione Della Memoria). Che dire, mi piace questa strategia di voli bassi, di rabbia lasciata in canna come un proiettile sempre sul punto di detonare, lontana da certo parossismo emozionale bramoso di rapidi appigli, anche se è una scelta che rischia di auto-relegarsi ad un ruolo di perenne seconda linea.

Però il succo sta proprio in questo gioco d’ombre, che si sottrae alla perlustrazione rapida e chiama lo sguardo ad una più intensa messa a fuoco, la qual cosa permette anche ai passaggi meno brillanti (come la pasticciata Ah Nella Vita, schizofrenia melliflua con tentazioni pop-prog strappata ad un incubo di Max Gazzé, o la conclusiva Lontano Da Ogni Giorno col suo esausto prodigarsi soul) di esibirsi comunque in una danza di superfici ingannevoli, di cupi preziosismi, di stratificazioni vivide.

Prova superata quindi, se non a pieni voti (talora i pur strutturati arrangiamenti peccano in prevedibilità, mentre stancano alla lunga quelle vocali esalate in fondo ai versi come sull’orlo del collasso) di sicuro ben oltre la sufficienza, per competenza, impegno e convinzione. Merito anche di Francesco Zampaglione (chitarra) e Laura Arzilli (basso e cori), transfughi anch’essi dal progetto Tiromancino e produttori del disco assieme a Riccardo.

1 Maggio 2003
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